ROMA TRE Dottorato di ricerca Architettura: innovazione e patrimonio
Costruire il patrimonio.
Presentazione dei numeri 21 e 22/23 della rivista U+D
giovedì 18 giugno 2026
ore 17:00
Aula Musmeci Ex Mattatoio di Testaccio
Largo G.B. Marzi n.10, Roma
————————————————————–
Introduce
Luigi Franciosini
Il contributo di U+D agli studi sul patrimonio
Giuseppe Strappa Dipartimento di Architettura – Università degli Studi Roma Tre
Il patrimonio: dai frammenti al tutto
Paolo Carafa
Dipartimento di Scienze dell’Antichità – Sapienza Università di Roma
Abitare l’archeologia
Matteo Ieva
Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design – Politecnico di Bari
Patrimoni e progetto
Nicola Scardigno
Dipartimento di Architettura, Costruzione e Design – Politecnico di Bari
————————————————
Ex Mattatoio di Testaccio
Largo G.B. Marzi n.10, Roma
giovedì 18 giugno 2026
ore 17:00
Aula Musmeci
07_VOCI DAL PATRIMONIO_18 giugno_blu
“La Repubblica, recita l’art. 9 della Costituzione, tutela inoltre il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione “anche nell’interesse delle future generazioni”. Affermazione solo apparentemente scontata. Essa ci dice che l’idea di patrimonio culturale é anche il filo rosso che tiene unite nella memoria le vicende della storia, le sue tracce materiali e immateriali alle quali viene attribuito particolare valore, dando loro senso e continuità. Ma, nei suoi termini generali, esso costituisce soprattutto una scelta e un progetto. Contiene un’idea di futuro. Non tutto quello che abbiamo ereditato dal passato è, infatti, patrimonio culturale. Lo è, per definizione, solo quello cui attribuiamo valore, quello che contiene la qualità di rappresentare una comunità. Ne deriva che esso dovrebbe essere, oggi, non lascito inerte ma azione, implicando, come ogni progetto, un fine e una politica capace di trasformarlo in realtà. L’idea di patrimonio non è scindibile, in altri termini, da una visione generale che quelle scelte spieghi, che dimostri perché ad esempio, in un monumento siano più importanti i sostrati antichi, come si riteneva in molti restauri degli anni ’20, delle stratificazioni che li hanno trasformati, nella materia e nel significato, nel corso dei secoli. La nozione stessa eredità storica, il processo delle sue mutazioni nel corso del tempo, le sue connessioni con i valori in trasformazione che l’hanno generata, é essa stessa un prezioso lascito immateriale.
Il patrimonio, inteso nel suo senso generale di coscienza dell’insieme dei beni che una comunità possiede, é anche una grande sintesi che da significati sempre nuovi a fenomeni culturali formatisi, nel loro divenire storico, da un insieme di differenze.
Esso è, per questo, anche la trasmissione di un’impronta, un’identità lasciata anche a chi non la vuole o ad essa si ribella. Come nel racconto autobiografico di Philip Roth (Patrimonio, una storia vera, 1997) in cui l’autore accompagna il padre malato nel suo cammino estremo verso la morte e si accorge lentamente che la distanza che aveva cercato di mettere tra sé e il genitore si accorcia, che quello che rimane in eredità, nel sostrato della Newark ebraica di quegli anni, è una comune identità che, a lungo respinta, diviene ora una involontaria e immeritata rigenerazione, un lascito nel senso più pieno.
