Category Archives: saggi e articoli

IMANE SAIDI – ARCHITECTURE IN THE MAKING -BOOK REVIEW

BOOK REVIEW  – Salamouni, R., Scardigno, N. and Strappa, G. (2025) Architecture in the Making. Conversations on Urban Morphology and Design. Cham: Springer. ISBN: 978-3-031-86835-1, 163 pages.

in: FORMA CIVITATIS, International journal of urban and territorial morphological studies, Vol. 5, N. 1, 2025

Recensione Saidi

The book Architecture in the Making: Conversations on Urban
Morphology and Design presents a treatise on architecture
advanced via a systematic dialogue. Primarily a dialogue
among Nicola Scardigno, Rita Salamouni, and Giuseppe Strappa,
it defines an architectural conceptual framework rooted in
the real built world. With nearly four decades architecture research
experience, teaching and a practice that bridges theory
and interdisciplinary projects, Giuseppe Strappa channels his
expertise into this book, providing a distinctive combination
of practical and theoretical perspectives. ……………

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LA CASA DI ABRAMO

UN ARTICOLO DEL 2007 .   SEMBRA PASSATO UN SECOLO

di Giuseppe Strappa
in “Conoscersi e convivere” , N° 2, 2007

LA  CASA DI ABRAMO

Considerare l’architettura come linguaggio di pace, superando i rischi della retorica, è uno dei grandi temi che la Casa dell’Architettura di Roma propone da tempo.
La prima iniziativa presa in questa direzione è stata l’organizzazione nel 2006 (con la collaborazione dell’Ufficio per le Politiche della Multietnicità e la Casa delle Letterature) di due giornate di dibattito dedicate alla convivenza multietnica nel bacino del Mediterraneo: la prima incentrata sul tema dello spazio sacro nelle grandi religioni monoteiste (La Casa di Abramo, 23 giugno) e la seconda sul retroterra culturale che, per molti aspetti, accomuna le città mediterranee  (Un solo Mediterraneo, 24 giugno)
Gli incontri, come mostrano alcuni degli interventi svolti in quella occasione e che vengono pubblicati nelle pagine che seguono, si inserivano nel quadro di un programma della Casa dell’Architettura di Roma che mira a stabilire un terreno d’incontro non solo tra discipline, ma anche tra culture diverse in un periodo, come quello che stiamo vivendo, nel quale i conflitti tra comunità politico-religiose sembrano avere nel Mediterraneo uno dei centri focali.
Ci è sembrato allora opportuno, da architetti, mettere in evidenza i caratteri comuni del territorio e della città mediterranee.
Perché il Mediterraneo è sempre stato considerato, nel corso della storia, luogo di conflitti tra civiltà provenienti da territori lontanissimi: dalle steppe degli Altai, dalle sabbie dell’Arabia, dalle foreste del Nord Europa. Non è stato notato, invece, come l’architettura delle città mediterranee possa essere letta come espressione solare e ottimista della convivenza tra umanità diverse abbracciate da una comune cinta di mura.
Queste città dello scambio e della fusione finiscono per mostrare, se si guarda oltre la differenza delle architetture “alte” (dei palazzi, delle sinagoghe, delle moschee, delle chiese) uno stesso carattere riconoscibile, quasi una lingua condivisa dai tanti tessuti di semplici case della quale s’intuisce, attraverso l’emozione delle forme, una radice comune.
Il riconoscimento di questa impronta, evidente e concreta, è un dato assolutamente moderno: corrisponde al declino dell’interpretazione convenzionale del paesaggio mediterraneo che pittori e poeti avevano per lungo tempo identificato con l’eredità classica, idealizzata nella luminosità di trabeazioni e nella trasparenza di colonnati. Quando i viaggiatori, dopo la metà del’700, si spingono nell’Italia meridionale, si rivela, quasi d’improvviso e con radiosa evidenza, la natura di un territorio organicamente antropizzato, un mondo di murature massive e di case dalle piccole finestre. Volumi puri sotto la luce, solidi, stabili, continui, diffusi sull’intera costa del Mediterraneo.
Si scopre così come, anche in architettura, accanto alla lingua ufficiale esista un diffuso “parlato” quotidiano e come dietro l’immagine solenne di un tempio ionico (un lampo che rimane impresso nella retina e nella memoria proprio per la sua eccezionalità) viva una lingua plastica e muraria diffusa, trasmessa dal flusso inesauribile di pacifiche case a schiera o a corte che hanno formato l’essenza della città mediterranea
E comincia a formarsi, anche, la consapevolezza di una possibile, comune identità.
Comprendere queste radici significa anche capire come la ricostruzione dei territori palestinesi, ciprioti, israeliani, libanesi massacrati da anni di guerre, partecipi non solo delle stesse tragedie, ma anche di un fecondo lascito, di un sedimento comune costituito dalla forma delle case, delle città e del territorio.
In questo quadro il tema dello spazio sacro ha un ruolo del tutto particolare per la storia stessa delle grandi religioni monoteiste che si sono sviluppate nei paesi del Mediterraneo, le quali trovano un loro punto d’incontro proprio nell’architettura religiosa delle origini.
E’ vero che, nel corso del tempo, ognuno sembra aver letto nelle scritture della propria religione le conferme che andava cercando e la moschea, la sinagoga, la chiesa, sembrano oggi, considerate nei loro esisti architettonici, espressione di gelose diversità. Eppure, se si ripercorre il processo formativo della loro architettura, espresso simbolicamente in tutte le scritture, ma evidente anche nella concretezza del costruito, si scopre la loro origine comune nella casa. Origine che esprime i valori più profondi dello spirito religioso ebraico, islamico, cristiano: la pietas e la fratellanza tra gli uomini identificate nel gesto dell’accoglienza.
Dal confronto tra i diversi libri sacri, si scopre una comune, appassionata identificazione dell’architettura dello spazio domestico con l’idea del legame che può unire uomini diversi sotto uno stesso tetto. La tenda di Abramo costituisce l’espressione religiosa comune di questa casa delle origini, raccogliendo la poesia dello spazio protetto e, insieme, aperto al diverso, al viandante.
Nella Bibbia Abramo accoglie i tre viandanti che arrivano alle querce di Mamre sotto la propia tenda, dove prepara un banchetto per gli sconosciuti ospiti. Nella Torah la casa di Abramo è il simbolo stesso della chesed, dell’amore verso il prossimo. Nel Corano, nella sura di Imran, la Kaaba eretta da Abramo è “la prima casa costruita per l’uomo”, destinata a divenire “luogo di riunione e rifugio”.
Uno stesso spazio originario sembra dunque esprimere, insieme, lo spirito religioso e le radici comuni delle civiltà che si sono affacciate sulle rive del Mediterraneo.  Producendo forme murarie avvolte intorno ad una corte centrale, essenza della casa delle origini che darà vita a tanta architettura mediterranea.
Proprio a Roma queste radici comuni hanno trovato una sintesi straordinaria e vitale, l’alveo condiviso dove gli infiniti contributi regionali si sono trasformati in messaggio universale.
Per questo il riferimento alla casa di Abramo, evocata più volte nel corso degli incontri, sempre più frequenti a Roma, tra le comunità ebraica, islamica, cristiana, sembra un richiamo non solo ad un patrimonio comune, a tradizioni accolte come proprie da popoli diversissimi, ma anche al ruolo di generoso spazio dello scambio, di grande Casa comune del Mediterraneo, che la nostra città, ancora una volta, sembra chiamata a svolgere.

NEW HERITAGES AND THE SPIRIT OF THE CONSTITUTION

Patrimoni in trasformazione e lo spirito
della Costituzione

EDITORIALE del N. 22-23 di U+D

di Giuseppe Strappa

When, in 1947, the Italian Constituent Assembly
addressed the problem of the new Republic
historical and artistic heritage, the statement
that the State should have, among its founding
principles, its protection of these precious
and problematic assets was not at all obvious.
It was believed, in fact, that it would not have
been useful to indicate something so obvious.
As if one were indicating, stated the Christian
Democrat Edoardo Clerici, “that in our country
we speak Italian”. And yet, the founding fathers
acted wisely, as even naming things is a choice
and in the post-fascist Italy of the time, the statement
took on a particular meaning. The principle
of attributing to the entire Republic (not to
local authorities, provinces, regions) the task of
its care, highlighted the idea of a common right,
of a shared good placed above any geographical
and political affiliation. ,,,,,,,,,,,,,

click to continue        EDITORIALE – INGLESE 22 23

Quando, nel 1947, l’Assemblea costituente affrontò il problema del patrimonio storico e artistico della nuova Repubblica, la dichiarazione che lo Stato dovesse avere, tra i suoi principi fondanti, la sua tutela di questi beni preziosi e problematici non fu affatto scontata. Si riteneva, infatti, che non sarebbe stato utile indicare una cosa tanto ovvia. Come se si indicasse , affermava il democristiano Edoardo Clerici, “che nel nostro Paese si parla italiano”. Eppure, hanno agito con saggezza i padri costituenti, perché anche nominare le cose è una scelta e nell’Italia postfascista e incerta di allora l ‘affermazione assumeva un significato particolare. Il principio di attribuire all’intera Repubblica (non agli enti locali, alle province, alle regioni) il compito della sua cura, metteva in particolare evidenza l’idea di un diritto comune, di un bene condiviso e indissolubile dalla vita dei cittadini che si poneva al di sopra di ogni appartenenza geografica e politica.

La Repubblica, recita l’art. 9 della Costituzione, tutela inoltre il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione “anche nell’interesse delle future generazioni”.

Altra affermazione solo apparentemente scontata. Essa ci dice che l’idea di patrimonio culturale é anche il filo rosso che tiene unite nella memoria le vicende della storia, le sue tracce materiali e immateriali alle quali viene attribuito particolare valore, dando loro senso e continuità.

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A new Village-in-the-City Wave in China

Qing Su,  Manfredo Manfredini,  Ruyang Sun
School of Architecture and Planning, University of Auckland; 2SAFA Shanghai Academy of Fine Arts, Shanghai University

A new Village-in-the-City Wave in China.  

I Villaggi Urbani di Seconda Generazione
in Cina. Da supplemento al “dormitory-labour regime” a ecosistemi dinamici collaborativi

in U+D JOURNAL n.20, 2024

 

 

 

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Abstract
In the context of rapid Chinese urbanisation,
stemming from the shift from a centrally
planned economy to a socialist market economy,
urban villages emerge as a phenomenon
of significant socio-spatial relevance. These
villages constitute unique informal ecosystems
dynamically modulating the organizational and
governance legacy of indigenous socialist rural
communes with those of the extractivist processes
of modern transnational capitalism paradigm
that progressively infiltrate every urban system.
Urban villages play a crucial role in sustaining
millions of rural migrants facing challenging
living conditions resulting from the perpetual intensification
of abstraction, fragmentation, and
isolation caused by deeply disruptive, irregular,
and multi-scalar urban restructuring rooted in
exploitative logics driven by imperative exponential
capital growth. Recently, in highly developed
regions, a second generation of antagonistic
settlements has surfaced, characterized
by the formation of antagonistic local networks
for the collective reappropriation of capabilities
and means of production. Our analysis focuses
on their mode of production, emphasizing their
unique systemic configuration, commoning
practices, and technologically advanced collaboration.
We operationalise agonistic solidarity
theories based on the recognition of the Right
to the city, underscoring the centrality of inclusive
relational self-determination. We demonstrate
how these transformations are situated
and conjunctural. We argue that their origin as
semi-enclosed, subsidiary spill-overs of the factory-
dormitory exploitation system facilitates the
formation of a counter-labour force that transforms
them into laboratories for independent,
relational, and translocal entrepreneurship. We
assert that these villages have developed unique
spatial practices of recommoning that oppose
the denial of the Right to the city, and provide
a multiperspective description focused on their
collaborative agonistic pluralism, cosmopolitical
differentiation, and creative transindividuation.

U+D n.20 TERRITORIO E CITTA’ – Editoriale

 Leggere il territorio.
Prendersi cura del territorio

Giuseppe Strappa

Una riflessione responsabile sulla trasformazione della nozione di territorio, credo, dovrebbe oggi tener conto due condizioni fondamentali.
La prima è la percezione sincronica che abbiamo del mondo costruito, in un contesto dominato dal presente. Percorsi, insediamenti, aree produttive, fanno tutti parte di uno stesso ambiente contemporaneo, le cui ragioni formative sembrano appartenere a un insieme di problemi distanti dalla vita reale. In questa compresenza di tutte le cose, le città coesistono, indistinte, col loro hinterland, col territorio che le circonda e che dovrebbe spiegarle, con le infrastrutture che le annodano.
Sulla constatazione che città e territorio siano, di fatto, la stessa cosa si è sviluppata un’intera letteratura, almeno a partire dall’idea proposta da La città in estensione di Giuseppe Samonà (1976). Punto di vista allora senz’altro utile, ma oggi inattuale per non tener conto della progressiva urbanizzazione di ogni area del nostro pianeta (con le relative polarizzazioni e marginalizzazioni) che forse è la vera chiave di lettura di un fenomeno di concentrazione che sembra contraddire i miti della delocalizzazione in un nuovo universo digitale.
Soprattutto, questa nuova visione sincronica della realtà costruita sembra del tutto estranea alla lettura del divenire storico del territorio. Lettura, ritengo, fondamentale e non eludibile, a partire dalla considerazione elementare che ogni fenomeno si spiega con la sua origine e trasformazione: prima l’uomo si
muove, cammina, migra, traversa crinali e fondovalle di luoghi dei quali acquista coscienza attraverso la reiterazione dei percorsi, quindi si ferma, stabilisce le aree di pertinenza di una comunità (aree culturali) e costruisce gli insediamenti.

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U+D 20 Editoriale Strappa