Urbanform and Design | n.24-25 2026
CANCELLAZIONI
LA FORMA DEI CONFLITTI, DELLE DISTRUZIONI E DELLE RINASCITE
CANCELLATIONS
THE FORM OF CONFLICTS, DESTRUCTION, AND REGENERATION
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Urbanform and Design | n.24-25 2026
LA FORMA DEI CONFLITTI, DELLE DISTRUZIONI E DELLE RINASCITE
THE FORM OF CONFLICTS, DESTRUCTION, AND REGENERATION
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di Giuseppe Strappa
editoriale del n. 24725 DELLA RIVISTA U+D “CANCELLAZIONI”
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Le dimensioni delle devastazioni provocate dai conflitti recenti, oltre a un inedito, inquietante tema di geopolitica internazionale, pongono complesse questioni delle quali si dovrà occupare lo studio della forma urbana, campo della conoscenza che si è interessato, fino ad ora, a come gli organismi edilizi, urbani, territoriali si siano formati, consolidati, e abbiano poi concluso il loro ciclo vitale permanendo nel tempo, in qualche modo, come traccia o tracciato, attraverso la forma dei loro confini. Solo in questi ultimi anni stiamo assistendo al tentativo nuovissimo di cancellare ogni impronta, ogni lascito che testimoni una possibile continuità utile per il futuro.
Lo stato estremo di questa “pulizia patrimoniale” consiste nell’ eliminazione dei catasti, i segni immateriali dell’uso del suolo che costituiscono il sostrato operante della città, ne spiegano l’origine morfologica e la concatenazione delle successive trasformazioni. È l’atto definitivo di distruzione della forma urbana che trasforma gli insediamenti umani in terreni edificabili senza vincoli di proprietà, pura merce di scambio. Credo che occorra introdurre, dunque, nuovi di vista per i nostri studi. Forse bisogna osservare i processi formativi delle cose e delle vicende umane secondo nuovi paradigmi, riconoscendo le fasi della trasformazione nel rapporto tra i conflitti e i loro esiti sulla configurazione del mondo costruito.
Come per la costruzione di un organismo architettonico, anche per la distruzione dovremmo individuare, nella storia, stati successivi in funzione dei diversi tipi di cambiamento che le distruzioni generano.
Provo ad usare, in senso inverso, le stesse categorie della conoscenza che si potrebbero impiegare per comprendere le fasi di edificazione di una città o di un territorio.
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PRESENTAZIONE DEL LIBRO CURATO DA GIUSI CIOTOLI
28 OTTOBRE H 15 – PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI DI ROMA VIA MILANO 15-17

di Giuseppe Strappa
in “Conoscersi e convivere” , N° 2, 2007
LA CASA DI ABRAMO
Considerare l’architettura come linguaggio di pace, superando i rischi della retorica, è uno dei grandi temi che la Casa dell’Architettura di Roma propone da tempo.
La prima iniziativa presa in questa direzione è stata l’organizzazione nel 2006 (con la collaborazione dell’Ufficio per le Politiche della Multietnicità e la Casa delle Letterature) di due giornate di dibattito dedicate alla convivenza multietnica nel bacino del Mediterraneo: la prima incentrata sul tema dello spazio sacro nelle grandi religioni monoteiste (La Casa di Abramo, 23 giugno) e la seconda sul retroterra culturale che, per molti aspetti, accomuna le città mediterranee (Un solo Mediterraneo, 24 giugno)
Gli incontri, come mostrano alcuni degli interventi svolti in quella occasione e che vengono pubblicati nelle pagine che seguono, si inserivano nel quadro di un programma della Casa dell’Architettura di Roma che mira a stabilire un terreno d’incontro non solo tra discipline, ma anche tra culture diverse in un periodo, come quello che stiamo vivendo, nel quale i conflitti tra comunità politico-religiose sembrano avere nel Mediterraneo uno dei centri focali.
Ci è sembrato allora opportuno, da architetti, mettere in evidenza i caratteri comuni del territorio e della città mediterranee.
Perché il Mediterraneo è sempre stato considerato, nel corso della storia, luogo di conflitti tra civiltà provenienti da territori lontanissimi: dalle steppe degli Altai, dalle sabbie dell’Arabia, dalle foreste del Nord Europa. Non è stato notato, invece, come l’architettura delle città mediterranee possa essere letta come espressione solare e ottimista della convivenza tra umanità diverse abbracciate da una comune cinta di mura.
Queste città dello scambio e della fusione finiscono per mostrare, se si guarda oltre la differenza delle architetture “alte” (dei palazzi, delle sinagoghe, delle moschee, delle chiese) uno stesso carattere riconoscibile, quasi una lingua condivisa dai tanti tessuti di semplici case della quale s’intuisce, attraverso l’emozione delle forme, una radice comune.
Il riconoscimento di questa impronta, evidente e concreta, è un dato assolutamente moderno: corrisponde al declino dell’interpretazione convenzionale del paesaggio mediterraneo che pittori e poeti avevano per lungo tempo identificato con l’eredità classica, idealizzata nella luminosità di trabeazioni e nella trasparenza di colonnati. Quando i viaggiatori, dopo la metà del’700, si spingono nell’Italia meridionale, si rivela, quasi d’improvviso e con radiosa evidenza, la natura di un territorio organicamente antropizzato, un mondo di murature massive e di case dalle piccole finestre. Volumi puri sotto la luce, solidi, stabili, continui, diffusi sull’intera costa del Mediterraneo.
Si scopre così come, anche in architettura, accanto alla lingua ufficiale esista un diffuso “parlato” quotidiano e come dietro l’immagine solenne di un tempio ionico (un lampo che rimane impresso nella retina e nella memoria proprio per la sua eccezionalità) viva una lingua plastica e muraria diffusa, trasmessa dal flusso inesauribile di pacifiche case a schiera o a corte che hanno formato l’essenza della città mediterranea
E comincia a formarsi, anche, la consapevolezza di una possibile, comune identità.
Comprendere queste radici significa anche capire come la ricostruzione dei territori palestinesi, ciprioti, israeliani, libanesi massacrati da anni di guerre, partecipi non solo delle stesse tragedie, ma anche di un fecondo lascito, di un sedimento comune costituito dalla forma delle case, delle città e del territorio.
In questo quadro il tema dello spazio sacro ha un ruolo del tutto particolare per la storia stessa delle grandi religioni monoteiste che si sono sviluppate nei paesi del Mediterraneo, le quali trovano un loro punto d’incontro proprio nell’architettura religiosa delle origini.
E’ vero che, nel corso del tempo, ognuno sembra aver letto nelle scritture della propria religione le conferme che andava cercando e la moschea, la sinagoga, la chiesa, sembrano oggi, considerate nei loro esisti architettonici, espressione di gelose diversità. Eppure, se si ripercorre il processo formativo della loro architettura, espresso simbolicamente in tutte le scritture, ma evidente anche nella concretezza del costruito, si scopre la loro origine comune nella casa. Origine che esprime i valori più profondi dello spirito religioso ebraico, islamico, cristiano: la pietas e la fratellanza tra gli uomini identificate nel gesto dell’accoglienza.
Dal confronto tra i diversi libri sacri, si scopre una comune, appassionata identificazione dell’architettura dello spazio domestico con l’idea del legame che può unire uomini diversi sotto uno stesso tetto. La tenda di Abramo costituisce l’espressione religiosa comune di questa casa delle origini, raccogliendo la poesia dello spazio protetto e, insieme, aperto al diverso, al viandante.
Nella Bibbia Abramo accoglie i tre viandanti che arrivano alle querce di Mamre sotto la propia tenda, dove prepara un banchetto per gli sconosciuti ospiti. Nella Torah la casa di Abramo è il simbolo stesso della chesed, dell’amore verso il prossimo. Nel Corano, nella sura di Imran, la Kaaba eretta da Abramo è “la prima casa costruita per l’uomo”, destinata a divenire “luogo di riunione e rifugio”.
Uno stesso spazio originario sembra dunque esprimere, insieme, lo spirito religioso e le radici comuni delle civiltà che si sono affacciate sulle rive del Mediterraneo. Producendo forme murarie avvolte intorno ad una corte centrale, essenza della casa delle origini che darà vita a tanta architettura mediterranea.
Proprio a Roma queste radici comuni hanno trovato una sintesi straordinaria e vitale, l’alveo condiviso dove gli infiniti contributi regionali si sono trasformati in messaggio universale.
Per questo il riferimento alla casa di Abramo, evocata più volte nel corso degli incontri, sempre più frequenti a Roma, tra le comunità ebraica, islamica, cristiana, sembra un richiamo non solo ad un patrimonio comune, a tradizioni accolte come proprie da popoli diversissimi, ma anche al ruolo di generoso spazio dello scambio, di grande Casa comune del Mediterraneo, che la nostra città, ancora una volta, sembra chiamata a svolgere.