Tag Archives: architettura

MATERIA SIGNATA . alle origini del mondo costruito

CONFERENZA –  BIBLIOTHECA ORIENTALIS ATTILIO PETRUCCIOLI DI FOLIGNO

GIUSEPPE STRAPPA.   

MATERIA SIGNATA  Alle origini del mondo costruito

 

Tel. 0742 340 495 | e mail: info@jacobilli.it | sito: www.jacobilli.it |
Si potrà seguire la diretta streaming dell iniziativa accedendo al canale You Tube della biblioteca attraverso il seguente link:
https://youtube.com/live/A49UEHkf_0I

I latini  intendevano con materia rerum l’origine delle cose.   La materia  era mater, la madre del mondo costruito. Anche se apparentemente inattuale, è, questo, un tema da riprendere oggi in seria considerazione perché l origine non è solo il momento in cui le cose cominciano, è anche la loro spiegazione. L’inizio della costruzione sta proprio nel riconoscere nella materia (la sostanza generica/generatrice di cui l’universo è costituito) il carattere di materiale, sostanza specifica adatta a edificare. Nella nostra società l’architetto “crea” una forma, poi si sceglie come realizzarla: il materiale è solo uno strumento. In realtà l’unico vero atto creativo, che contiene ancora la sacralità del costruire, è proprio saper distinguere il materiale, segnare la materia di una intenzione. Tornando all’origine, ragionando in modo semplice e diretto sul carattere della materia, si può leggere in modo nuovo l’architettura e scoprirne significati evidenti eppure nascosti.

Leggere la periferia con occhi nuovi

 

 

LEGGERE LA PERIFERIA CON OCCHI NUOVI
Giuseppe Strappa

presentazione a: Edilizia privata a Roma. Quale idea di città?
Anna Irene Del Monaco, Maria Rosaria Guarini, Manuela Raitano,  Nuova Cultura, Roma 2016

leggi l’articolo al link:   periferia

Il problema dello studio della nostra periferia, di una città moderna che si è sviluppata in modo contraddittorio nel territorio di confine tra tessuti consolidati e campagna, è quello di leggere un’edilizia nuova sulla quale, al confronto con la bellezza e l’autorità riconosciuta al centro antico, si è consolidato un giudizio sbrigativo di città instabile e vaga, non legittimata dalla storia: senza struttura.
Le tante letture che si sono succedute, dal neorealismo in poi, nella letteratura, nel cinema, nell’architettura, non hanno fatto che rafforzare l’immagine di un indefinito mondo di confine, a volte estremo, trasformando la realtà di quartieri, insediamenti abusivi, intensivi abitativi pubblici o di speculazione, in luoghi della mente tanto verosimili e consolidati da essere accettati come verità: dalla disperazione delle case popolari di Val Melaina in Ladri di biciclette, alla speranza delusa delle abitazioni del Quadraro di Mamma Roma, ai fondali urbani dei drammi di Rossellini, De Sica, Antonioni, Monicelli, Zampa, Pasolini. L’ultimo brandello di ordine cui aggrapparsi prima del naufragio nei casermoni disordinati, sembrava costituito, curiosamente, dalla rigidità del Quartiere Don Bosco, nella versione metafisica che ne ha dato di Fellini o in quella ironica e malinconica di Dino Risi. Oltre questa soglia, astratta e simbolica, si stendeva un territorio di conflitto senza monumenti e senza memoria, che si alimentava di infiniti segni e permetteva infiniti codici.
Una città strabica, peraltro, che ha sperimentato il mito populista della crescita per quartieri indipendenti proprio nel momento di transizione della città………          continua a leggere     periferia

Giuseppe Di Benedetto – Per un’osmosi forma urbis/forma agri – Utopia e attualità della “città rurale”

For an osmosis forma urbis/forma agri.   Utopia and actuality of the “rural city” 

IN U+D Urbanform and Dsign 20/2023

Keywords: Architecture, Project, Rural city,
Landscape, Ecology of vision, Internal areas, Rehabilitation,
Sicilian Latifundim

per leggere l’intero articolo   G Di Benedetto

ENGLISH ABSTRACT
The rehabilitation of inland areas, with their related urban settlements, also in the light of epochal social transformations, whose criticalities have been further highlighted by the pandemic phenomena of the present time and the enslaving second globalization of planet earth, can today constitute an alternative model to today’s forms of “de-territorialisation without return” and further “unsustainable urbanization” of a global and massifier matrix that is no longer able to generate either “cities” or “citizenship”. The essay reflects about the need to tend towards the idea of a return to the territory, itself to be considered essentially as a collective good to be safeguarded by reconstructing, through regenerative processes, lost synergetic relations between nature, environment, history and pre-existing urban settlements with a still recognizable “human measure”.

———————————————————————-

Premessa
“Nati sulla Terra, noi uomini siamo costretti a risolvere su questo pianeta i nostri problemi di sopravvivenza […]; nel frattempo abbiamo trasformato l’ambiente terrestre in funzione delle nostre crescenti necessità, secondo le tecniche che via via abbiamo inventato. Per secoli abbiamo operato senza incidere profondamente sull’ambiente terrestre ma nel giro di qualche secolo le attività di trasformazione e i loro effetti si sono moltiplicati in manieraesponenziale. Non c’è luogo della terra che non sia stato intaccato in qualche modo dall’uomo […]. Tutti vogliono preoccuparsi dello spazio per sé, per i propri personali calcoli, costruendo, trasformando il mondo, che poi è la regola prima di ogni capitalizzazione, di ogni arricchimento […]. Produciamo continuamente eventi, facciamo e rifacciamo incessantemente il volto dei nostri territori, dimenticando che tutta la nostra produzione finisce sommersa […]”.
Eugenio Turri
Le parole ammonitrici di Eugenio Turri, ne Il paesaggio e il silenzio (2004), evidenziano con nettezza come “le forme emergenti dell’intero paesaggio antropogeografico, oggi più che mai nell’intera dimensione esistenziale dell’abitare la terra” (Di Benedetto, 2019), sono espressione dello stridente convivere duale e antinomico del “silenzio” degli originari “contesti” insediativi, naturalis o artificialis che siano, e della sopraffazione del frastuono generato dai costanti processi modificativi del tempo recente. Tali forme devono essere sempre re-interpretate come gli elementi principali dei fattori identitari degli stessi luoghi-contesti……

continua a leggere   G Di Benedetto

LA CASA DI ABRAMO

UN ARTICOLO DEL 2007 .   SEMBRA PASSATO UN SECOLO

di Giuseppe Strappa
in “Conoscersi e convivere” , N° 2, 2007

LA  CASA DI ABRAMO

Considerare l’architettura come linguaggio di pace, superando i rischi della retorica, è uno dei grandi temi che la Casa dell’Architettura di Roma propone da tempo.
La prima iniziativa presa in questa direzione è stata l’organizzazione nel 2006 (con la collaborazione dell’Ufficio per le Politiche della Multietnicità e la Casa delle Letterature) di due giornate di dibattito dedicate alla convivenza multietnica nel bacino del Mediterraneo: la prima incentrata sul tema dello spazio sacro nelle grandi religioni monoteiste (La Casa di Abramo, 23 giugno) e la seconda sul retroterra culturale che, per molti aspetti, accomuna le città mediterranee  (Un solo Mediterraneo, 24 giugno)
Gli incontri, come mostrano alcuni degli interventi svolti in quella occasione e che vengono pubblicati nelle pagine che seguono, si inserivano nel quadro di un programma della Casa dell’Architettura di Roma che mira a stabilire un terreno d’incontro non solo tra discipline, ma anche tra culture diverse in un periodo, come quello che stiamo vivendo, nel quale i conflitti tra comunità politico-religiose sembrano avere nel Mediterraneo uno dei centri focali.
Ci è sembrato allora opportuno, da architetti, mettere in evidenza i caratteri comuni del territorio e della città mediterranee.
Perché il Mediterraneo è sempre stato considerato, nel corso della storia, luogo di conflitti tra civiltà provenienti da territori lontanissimi: dalle steppe degli Altai, dalle sabbie dell’Arabia, dalle foreste del Nord Europa. Non è stato notato, invece, come l’architettura delle città mediterranee possa essere letta come espressione solare e ottimista della convivenza tra umanità diverse abbracciate da una comune cinta di mura.
Queste città dello scambio e della fusione finiscono per mostrare, se si guarda oltre la differenza delle architetture “alte” (dei palazzi, delle sinagoghe, delle moschee, delle chiese) uno stesso carattere riconoscibile, quasi una lingua condivisa dai tanti tessuti di semplici case della quale s’intuisce, attraverso l’emozione delle forme, una radice comune.
Il riconoscimento di questa impronta, evidente e concreta, è un dato assolutamente moderno: corrisponde al declino dell’interpretazione convenzionale del paesaggio mediterraneo che pittori e poeti avevano per lungo tempo identificato con l’eredità classica, idealizzata nella luminosità di trabeazioni e nella trasparenza di colonnati. Quando i viaggiatori, dopo la metà del’700, si spingono nell’Italia meridionale, si rivela, quasi d’improvviso e con radiosa evidenza, la natura di un territorio organicamente antropizzato, un mondo di murature massive e di case dalle piccole finestre. Volumi puri sotto la luce, solidi, stabili, continui, diffusi sull’intera costa del Mediterraneo.
Si scopre così come, anche in architettura, accanto alla lingua ufficiale esista un diffuso “parlato” quotidiano e come dietro l’immagine solenne di un tempio ionico (un lampo che rimane impresso nella retina e nella memoria proprio per la sua eccezionalità) viva una lingua plastica e muraria diffusa, trasmessa dal flusso inesauribile di pacifiche case a schiera o a corte che hanno formato l’essenza della città mediterranea
E comincia a formarsi, anche, la consapevolezza di una possibile, comune identità.
Comprendere queste radici significa anche capire come la ricostruzione dei territori palestinesi, ciprioti, israeliani, libanesi massacrati da anni di guerre, partecipi non solo delle stesse tragedie, ma anche di un fecondo lascito, di un sedimento comune costituito dalla forma delle case, delle città e del territorio.
In questo quadro il tema dello spazio sacro ha un ruolo del tutto particolare per la storia stessa delle grandi religioni monoteiste che si sono sviluppate nei paesi del Mediterraneo, le quali trovano un loro punto d’incontro proprio nell’architettura religiosa delle origini.
E’ vero che, nel corso del tempo, ognuno sembra aver letto nelle scritture della propria religione le conferme che andava cercando e la moschea, la sinagoga, la chiesa, sembrano oggi, considerate nei loro esisti architettonici, espressione di gelose diversità. Eppure, se si ripercorre il processo formativo della loro architettura, espresso simbolicamente in tutte le scritture, ma evidente anche nella concretezza del costruito, si scopre la loro origine comune nella casa. Origine che esprime i valori più profondi dello spirito religioso ebraico, islamico, cristiano: la pietas e la fratellanza tra gli uomini identificate nel gesto dell’accoglienza.
Dal confronto tra i diversi libri sacri, si scopre una comune, appassionata identificazione dell’architettura dello spazio domestico con l’idea del legame che può unire uomini diversi sotto uno stesso tetto. La tenda di Abramo costituisce l’espressione religiosa comune di questa casa delle origini, raccogliendo la poesia dello spazio protetto e, insieme, aperto al diverso, al viandante.
Nella Bibbia Abramo accoglie i tre viandanti che arrivano alle querce di Mamre sotto la propia tenda, dove prepara un banchetto per gli sconosciuti ospiti. Nella Torah la casa di Abramo è il simbolo stesso della chesed, dell’amore verso il prossimo. Nel Corano, nella sura di Imran, la Kaaba eretta da Abramo è “la prima casa costruita per l’uomo”, destinata a divenire “luogo di riunione e rifugio”.
Uno stesso spazio originario sembra dunque esprimere, insieme, lo spirito religioso e le radici comuni delle civiltà che si sono affacciate sulle rive del Mediterraneo.  Producendo forme murarie avvolte intorno ad una corte centrale, essenza della casa delle origini che darà vita a tanta architettura mediterranea.
Proprio a Roma queste radici comuni hanno trovato una sintesi straordinaria e vitale, l’alveo condiviso dove gli infiniti contributi regionali si sono trasformati in messaggio universale.
Per questo il riferimento alla casa di Abramo, evocata più volte nel corso degli incontri, sempre più frequenti a Roma, tra le comunità ebraica, islamica, cristiana, sembra un richiamo non solo ad un patrimonio comune, a tradizioni accolte come proprie da popoli diversissimi, ma anche al ruolo di generoso spazio dello scambio, di grande Casa comune del Mediterraneo, che la nostra città, ancora una volta, sembra chiamata a svolgere.