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City as organism new visions for urban life . 22nd ISUF International Conference – 2015 Rome

Introduction Giuseppe Strappa 

Conference Chair
“Sapienza” University of Rome
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First of all let me say how happy and glad I am to host an Isuf Conference in Rome, in our Faculty of Architecture of “Sapienza” University. Since our early Isuf meetings in the Nineties, I always thought that, sooner or later, we had to organize a conference in Rome on Urban Morphology. We were a few people at that time but since then many years have passed and the number of Isuf members is much increased. Even the fields of interest and scientific methods have proliferated and the meaning of the term “urban morphology” now applies to many schools of thought, sometimes quite dissimilar from those of the founders, but certainly useful to the progress of “discipline.” To our field of interest it was actually recognized the status of discipline, whose roots do not belong only to the schools of cultural geography and building typology, but also acknowledged the different influences of scholars of the city form such as Christofer Alexander, Colin Rowe, Kevin Lynch. For our conference we had about 700 submissions by Urban Morphology scholars belonging to different schools from all over the world. It is noteworthy that most of submissions came from countries rapidly changing, a sign that Isuf has become an association of actual reference in studies on urban transformation. Each Isuf Conference had its peculiar character linked to the specificities of the place that hosts it. I think that an Isuf Conference in Rome has two special reasons. The first is that Rome is a true text of Urban Morphology, not only for its monumental and archaeological part, but mainly for its urban fabric that have been transformed over centuries. This also explains the presence here of numerous colleagues interested to heritage and interventions inside the historical fabrics. Not by chance, is involved in this conference Daniela Esposito, the Director of the School of Restoration in Rome, one of the most prestigious institutions in the field in Europe. Moreover, as Jeremy Whithand has written in the last edition of our Journal, the matter merit high priority on the Isuf agenda, as the contribution of UM studies in the various Heritage Organizations has been meager in recent years. The second reason is that this school of Valle Giulia hosted the birth of one of the schools of thought on which (along with the conzenian one) was founded Isuf. A school with a long tradition, born in the ‘30s with scholars such as Giovannoni and Milani, and continued by Calandra, Muratori, Caniggia and many others. A tradition which we try to continue with an open mind and by experimenting in new ways. A last point. In organizing the structure of this conference we faced the problem of collecting many different contributions within, as far as possible, homogeneous sessions. As for any conference proposing an “oriented” theme, we had to deal with the answers of ap13 city as organism|new visions for urban lifeplicants and often with some very specific papers that it was not always possible to place in entirely consistent sessions. We preferred to anyway accept these contributions, giving up, in some cases, an ideal coherence of the sessions and preferring, instead, to include the most valuable materials proposed for the Urban Morphology disciplinary debate. In opening this Conference I feel obliged to thank the Vicar Rector of Sapienza, Renato Masiani, The Dean of the Faculty Annamaria Giovenale, the Director of the Department of Architectural Design Piero Ostilio Rossi. All of them have strongly encouraged this project. A special thanks is due to professors and students of our Draco PhD School. They have actually coordinated, helped, and concretely supported the initiative.

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G. STRAPPA, LA RICOSTRUZIONE È PROGETTO

Casa della cultura

CITTÀ BENE COMUNE

LA RICOSTRUZIONE È PROGETTO
Note a partire dal libro di E. Bordogna e T. Brighenti

Il testo pubblicato di recente da Enrico Bordogna e Tommaso Brighenti, Terremoti e strategie di ricostruzione. Il sisma in Centro Italia del 2016 (LetteraVentidue, 2022), ripropone uno dei temi che ciclicamente riemergono nell’attenzione dei media e della pubblicistica nazionale. E riappaiono in modo drammatico, come se ogni tragedia ci lasciasse sorpresi di fronte a un evento nuovo e imprevedibile e non fosse a tutti noto il carattere endemico della fragilità geologica del nostro territorio. Come se fosse necessario ripartire ogni volta da una tabula rasa. E questo è il centro del problema. Perché anche la distruzione è un’architettura, una decostruzione che non segue regole imposte dagli uomini ma quelle, naturali e terribili, di faglie geologiche e sostrati profondi che inducono modifiche inaspettate nella forma del paesaggio costruito. Ma, in quanto involontaria architettura, la catastrofe trasforma, ma non azzera nulla. La forma in qualche modo, se sappiamo leggerla, permane.

LA RICOSTRUZIONE È PROGETTO

 

 

RESTAURI DELLE MURA AURELIANE

di Giuseppe Strappa
in «Corriere della Sera» del  24.08.2002

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Bisogna soffrire il sole d’agosto per apprezzare il fascino solenne delle mura imperiali di Roma: liberate dal traffico, esse riconquistano la loro legittima continuità, la scala piranesiana che il fiume sempre in piena delle automobili impedisce di cogliere negli altri mesi dell’anno. E una vasta letteratura è a disposizione, peraltro, del volenteroso che volesse ripercorrere il perimetro di questo monumento unico al mondo. In particolare Ian A. Richmond ha dedicato loro, nel 1930, un volume appassionato e puntiglioso, vera miniera di informazioni alla quale hanno attinto generazioni di studiosi. Ma sulle infinite trasformazioni successive, che costituiscono la parte più enigmatica delle mura, non esisteva ancora uno studio specifico. Un bel libro da poco pubblicato da Rossana Mancini (Le mura aureliane di Roma. Atlante di un palinsesto murario, ed. Quasar) copre ora questa lacuna. Mostrando, implicitamente, come le mura imperiali, costruite precipitosamente in soli quattro anni per far fronte alla critica situazione militare della fine del III secolo, costituiscano, in un certo senso, la prima opera di architettura moderna, testimonianza di una condizione di crisi nella quale l’unità della costruzione e l’impianto regolatore classici non reggono più di fronte alla molteplicità degli eventi, non riescono a impartire ordine alla quantità di edifici che le mura riutilizzano, dall’Anfiteatro Castrense alla Piramide Cestia alla Mostra dell’Acqua Claudia.
E tuttavia le mura sembrano contenere, anche, i germi di un possibile superamento della modernità: il collage di frammenti che oggi si mostra dietro la moltitudine apparentemente eterogenea di rifacimenti e stratificazioni, rivela la continuità epica della costruzione che risorge da qualunque catastrofe ricercando, ogni volta, una nuova, provvisoria organicità.
Esse racchiudono, in questo senso, l’essenza della nozione, tutta romana, di durata: l’insegnamento dell’antico che riunisce, in un unico flusso vitale, una generazione di costruttori all’altra attraverso il lascito trasmesso da saperi e tecniche murarie, perfino quando i laterizi ricavati dallo spoglio di anfiteatri e terme non erano più reperibili e, dal XII secolo, come rileva Giovanni Carbonara nell’introduzione all’Atlante, i metodi si adeguano all’impiego di materiali poveri: selce, tufo, peperino, frammenti di marmo e di travertino. Non è un caso che le mura siano state abbandonate solo nel periodo di maggiore decadenza civile di Roma, nell’età del Medioevo selvaggio e feudale che aveva diviso la città in fazioni familiari arroccate nelle proprie abitazioni fortificate.
Irrappresentabili, per complessità e dimensioni, con un’immagine “mediatica” rapidamente comunicabile, le Mura Aureliane mal si prestano, per nostra fortuna, a divenire oggetto del turismo frettoloso che ha invaso gli altri monumenti di Roma antica. Forse per questo sono state trascurate per decenni.
Eppure esse costituiscono un’eredità fondamentale, il confine capace di restituire, ancora ai nostri giorni, identità e forma finita alla città storica. Proprio per questa loro singolarità le mura dovrebbero essere visitate, soprattutto, attraverso il camminamento di ronda che permetterebbe di coglierne il senso e la continuità. I dodici interventi di restauro finanziati con i fondi del Giubileo, peraltro eseguiti a regola d’arte, avrebbero dovuto in parte consentirlo. Invece, ironia della sorte, anche l’unico tratto percorribile, tra Porta S. Sebastiano e i fornici sulla via Colombo, è stato interrotto, ormai da molti mesi, da un rovinoso crollo e forse dovremo aspettare il prossimo Giubileo per vederlo ripristinato.