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LETTURA DEL TERRITORIO

PROF. GIUSEPPE STRAPPA

 

1. IL TERRITORIO COME ORGANISMO

Il territorio è architettura nel suo significato più pieno.
Esso nasce dalla collaborazione tra uomo e natura.
La derivazione etimologica del termine (da terra contrapposto al termine mare) contiene la nozione di luogo abitato, quindi trasformato, costruito e ricostruito dalla mano dell’uomo, contrapposto a quella di luogo inabitato.
Il territorio è anche una grande eredità civile, un patrimonio nel quale sono inscritte le scelte e le trasformazioni operate dalle popolazioni che vi sono vissute. Per questo ogni intervento a questa scala obbliga alla comprensione dei caratteri che possiamo conoscere attraverso la sua forma, sapendo che questa forma è l’esito riconoscibile di un processo in atto.
Essendo il territorio costituito da parti collaboranti, è possibile leggerlo attraverso la nozione di organismo, cioè di insieme di elementi, strutture, sistemi legati da un rapporto (variabile nel tempo) di necessità. E come in ogni organismo è possibile riconoscere nel territorio fasi e cicli storici che ne determinano la formazione, la trasformazione, la frammentazione, la rovina.
Quella di organismo territoriale come luogo abitato costituito di parti collaboranti (percorsi, insediamenti, aree produttive) è, dunque, una nozione complessa che sintetizza i processi analizzati a tutte le scale minori: organismo edilizio, organismo aggregativo, organismo urbano.
Il concetto di territorio deriva dal nesso che lega l’idea di suolo naturale a quella delle trasformazioni artificiali operate dall’uomo nel processo di antropizzazione (trasformazione abitativa e produttiva) del suolo stesso. Noi cogliamo questo processo attraverso momentanei stati di equilibrio che  restituiscono un’idea discreta di una sequenza storica che è, invece, flusso continuo di modificazioni e rivolgimenti.
Per questo non è comprensibile il senso storico-processuale di un organismo urbano o di un sistema di percorrenze, se non si colloca la loro formazione all’interno di un rapporto di necessità con l’insieme delle relazioni instaurate nel tempo e nello spazio entro il proprio intorno territoriale. Questa forma del territorio antropizzato non é che l’aspetto visibile di una struttura di relazioni che lega nella nozione di organismo i diversi gradi scalari del costruito e che indicheremo col termine “paesaggio”.
L’organismo territoriale si forma e sviluppa secondo processi differenziati storicamente ed arealmente che possiedono, tuttavia, una loro tipicità, al pari di ogni altro esito del processo antropico. Si può parlare dunque di “tipo territoriale” come insieme dei caratteri fisici processualmente ereditati (patrimonio) comuni ad un intorno storico-geografico, ovvero come insieme delle nozioni e scelte insediative comuni che determinano il complesso delle operazioni di trasformazione del luogo naturale in luogo abitato.
Questa tipicità di comportamento si individua (assume caratteri individuali, unici, irripetibili) nelle trasformazioni reali del suolo determinate nello spazio e nel tempo in funzione di variabili naturali (sistema oro-idrografico, natura geologica del suolo ecc.) e storiche (in relazione, cioè, ad una determinata fase civile). Grazie alla nozione di tipicità è possibile riconoscere il maggiore o minore grado di organicità di un territorio, il quale può essere costituito anche da elementi relativamente autonomi e seriali, che comunque risultano polarizzati da un ordine formativo (dislocativi) più generale, insito nella nozione stessa di organismo.
A somiglianza di quanto avviene nel primo e più elementare dei processi di trasformazione antropica, cioé della materia in materiale, anche l’ultimo e più complesso fenomeno di trasformazione del suolo naturale in suolo abitato é relazionato a scelte operate attraverso un processo di selezione e specializzazione.

–    la selezione (da seligere, scegliere) deriva dalla coscienza della differenza tra le cose e dal riconoscimento della loro idoneità ad essere utilizzate e trasformate. L’operazione di selezione è qui intesa come scelta dell’attitudine di un suolo ad essere percorso, ad essere trasformato per uso abitativo o produttivo; potrebbe essere identificata come momento logico nel rapporto di collaborazione tra uomo e natura, quello attraverso il quale vengono valutate le diverse possibilità degli elementi componenti ad essere utilizzati, eventualmente dopo convenienti trasformazioni;

–    la specializzazione, è l’attività di restringere e trasformare i caratteri di una cosa per renderla adatta a particolari finalità. Deriva dall’individuazione del rapporto di complementarità e necessità tra le cose. L’operazione di specializzazione è qui intesa come trasformazione di parti di suolo in funzione dei particolari ruoli che devono svolgere all’interno dell’organismo territoriale. Gerarchizzandosi, ad esempio, i percorsi assumono caratteri e qualità diverse in relazione al rapporto che instaurano con l’insieme del territorio. In questo senso la stessa costruzione che, se vista sotto il solo aspetto tettonico può essere considerata trasformazione finalizzata di materia, può qui essere intesa secondo la diversa ottica di modificazione specializzata di una porzione di territorio. La specializzazione può essere identificata come momento tecnico-economico nel processo di antropizzazione del territorio, quello nel quale interviene la finalizzazione individuale, cui succederà una finalizzazione collettiva e una sintesi organica leggibile.

Queste operazioni possono essere lette attraverso una prima, fondamentale diade di termini opposti e complementari composta da “insediamenti” e “percorsi”, legati al moto ed alla sosta in funzione dei bisogni primordiali dell’uomo di proteggersi e alimentarsi.
Da quanto esposto si riconosce al termine “insediamento” il significato di struttura provvisoria o stabile costituita da un insieme di abitazioni relazionate organicamente ad un’area complementare produttiva. Potremmo pensare i primi insediamenti provvisori, come appartenenti alle civiltà dei cacciatori e raccoglitori, seguiti da insediamenti semistanziali, legati alle prime forme di coltivazione o allevamento, dove la nozione di dimora (etimologicamente derivata da de-morari, indugiare, con il senso di permanenza in un luogo) viene associata più stabilmente a quella di area di pertinenza. Il possesso di un’area é dovuto, in origine, all’appropriazione causata dal lavoro  che vi veniva svolto con maggiore o minore continuità. E’ da ritenere, a questo riguardo, che le prime, embrionali forme stabili di aree di pertinenza possano essere associate alle trasformazioni antropiche dell’età neolitica, con la diffusione delle coltivazioni, soprattutto cerealicole, dovuta all’esigenza di superare l’instabilità della semplice raccolta sporadica.
Ma la definitiva nozione di associazione di un suolo alle strutture costruite dall’uomo per utilizzarlo, e cioé alle modificazioni antropiche stabili, é da ricercare in quelle fasi storiche e in quelle aree dove la necessità di continua manutenzione del suolo comportava una maggiore consuetudine tra lavoro dell’uomo e area produttiva, come nei territori dove le condizioni per la coltivazioni dovettero essere prodotte artificialmente attraverso sistemi di irrigazione permanenti  che comportavano tanto una collaborazione organica tra opere artificiali e suolo naturale quanto una collaborazione organizzativa e specializzazione tra gruppi di lavoro all’interno della comunità agricola.
Questo atto di addomesticamento delle condizioni naturali del suolo, comportando trasformazioni da operare sulla natura semplicemente “incontrata”, implica infatti non solo una scelta insediativa, ma anche la chiara coscienza dell’appartenenza di un suolo alla comunità che lo lavora.
E’ un passaggio culturale che avviene gradualmente attraverso fasi successive di semistanzialità.
Nella conquista della coscienza di identità sociale (il riconoscimento dell’appartenenza al gruppo) collegata alla coscienza di identità territoriale (il riconoscimento di un suolo di pertinenza, più o meno esteso, appartenente al gruppo) consiste l’origine profonda  della natura conflittuale delle trasformazioni territoriali. Natura conflittuale che, evidentemente, non é solo,come potremmo oggi dedurre dalla pura osservazione dei fenomeni di frammentazione in corso, un portato della modernità (della formazione delle grandi periferie urbane, dell’aggressione della speculazione edilizia alla condizione di equilibrio che le nostre generazioni avrebbero ereditato) ma conseguenza dello stesso processo formativo della nozione di “pertinenza”  .
L’appropriazione dell’area avviene progressivamente col consolidarsi della stabilità della dimora e del rapporto di uso produttivo col suolo: dall’ allevamento brado al pascolo, dall’area di caccia alla riserva, dall’area di raccolta al suolo pubblico (in età storica l’ager publicus  romano o il legnatico  medievale). A partire da questi processi si svilupperà una partizione delle proprietà pubbliche e private progressivamente associate al costruito quanto più l’area mostrerà sucettibilità insediativa, dando origine al concetto giuridico di proprietà del suolo fondamentale nella dialettica formativa dell’assetto del territorio.
Processi che lasciano, ovviamente, un loro segno visibile sul territorio il  qulae, per questa ragione, può essere considerato nel suo aspetto fondamentale di “documento”.
Con il passaggio dall’allevamento brado al pascolo si consolida, infatti, la nozione di recinto  associata a quella di area di pertinenza nella doppia funzione di protezione e contenimento: le palizzate del neolitico avevano tanto lo scopo di proteggere quanto di impedire la fuga.
La coltivazione, inizialmente costituita soprattutto da cereali, rappresenta una rivoluzione antropica anche per la necessità di specializzazione dell’abitazione che comporta, dovendosi assicurare, associato allo spazio per la vita domestica, le strutture per la conservazione del raccolto, spesso, nelle aree eurasiatica e nordafricana, nella forma specializzata di silos circolari . Ma il processo di progressiva organicità del territorio matura solo con l’integrazione tra le diverse concause che originano la strutturazione antropica: integrazione non progrediente in modo continuo, anzi, ciclicamente conquistata e riperduta. Delle relazioni  tra queste componenti che tendono a stabilire un rapporto organico tra loro,  alcune hanno valore fondamentale e la relativa cartografia acquista particolare valore per il progettista:
– quelle connesse alla produzione, e cioé tra insediamenti, attività agricola ed allevamento. Solo quando l’integrazione tra fertilizzazione del suolo e produzione di foraggio per l’allevamento si sviluppa in modo continuo, si può parlare di organismo produttivo associato al territorio. Associazione che diviene complessa, ma ancora processualmente leggibile, con la rivoluzione industriale. La contemporanea cartografia dell’ uso del suolo semplifica e riduce i poli e le aree di attività produttiva. Si veda come esempio la cartografia dell’Istituto Geografico Militare al 50.000 (alla fine del XIX secolo scorso) e al 25.000 (nel XX secolo).
– quelle connesse alla proprietà, e cioé tra suoli pubblici e privati. Solo quando viene stabilito e regolamentato l’uso dei suoli a disposizione della comunità integrati ai fondi privati, si può parlare di organismo fondiario (v. più oltre l’esempio del sistema a centuriatio). La cartografia catastale contemporanea semplifica la rappresentazione del territorio indicando i soli confini di proprietà alle scale 2.000 o 1.000.
Riguardato come organismo il territorio risulta composto, per la definizione generale data,  da insiemi di strutture riconoscibili come concorrenti al medesimo fine, ma non autonome: segnatamente, per comprendere il processo formativo dell’organismo territoriale, occorre prendere in esame il  sistema viario o sistema delle percorrenze, e quello strettamente correlato degli insediamenti , o sistema insediativo e, in seguito, una volta esaminato l’impianto generale, anche il sistema della partizione delle proprietà del suolo, o sistema fondiario, e il sistema, strettamente correlato, della utilizzazione delle risorse naturali (aree agricole e manifatturiere) o sistema produttivo, che si formano in una fase storicamente più matura del processo di antropizzazione del territorio.
Questi sistemi non svolgono compiti astrattamente di collegamento, di abitazione e produzione, ma sono inscindibilmente collegati, oltre che tra loro, al relativo sistema oro-idrografico da relazioni organiche: un promontorio naturale, separato da due displuvi, costituisce un primo intorno nel quale l’uomo riconosce caratteri specifici, trova un’identità tra gruppo e suolo naturale, così come, in una fase successiva, un bacino idrografico, isolato da confini orografici difficilmente superabili, costituisce la sede di sviluppo di un’area culturale relativamente omogenea per la facilità degli scambi interni che consente. Questi quattro sistemi, benché strettamente integrati, sono inoltre polarizzati per diadi: non solo storicamente, ma anche logicamente percorrenze e insediamenti costituiscono a loro volta sottosistemi di un sistema di maggiore complessità all’interno dell’organismo, così come fondi e strutture produttive possono essere riguardati come formanti un unico sistema unitario.

2. LETTURA E RAPPRESENTAZIONE DEL SISTEMA DELLE PERCORRENZE, DEGLI INSEDIAMENTI, DELLE AREE PRODUTTIVE

La cartografia è una rappresentazione simbolica di una porzione di territorio: come tale essa costituisce il risultato di una riduzione critica delle nozioni dedotte dall’osservazione del territorio stesso, comunicate attraverso forme simboliche.
Il simbolo (dall’indoeuropeo symballein, unire, mettere insieme), a sua volta, esprime in modo sintetico diverse nozioni considerate fondamentali: esso è dunque frutto di una scelta e di una selezione. Per questa ragione lo strumento cartografico (i simboli e la struttura che lega i simboli tra loro) è in diretta relazione con l’idea che l’autore ha espresso, all’interno di un’area culturale e di una determinata fase storica, del territorio che ha rappresentato.
Come è possibile tracciare le linee di un processo di trasformazione del territorio, così è possibile tracciare le linee di un processo di trasformazione degli strumenti cartografici. Il quale testimonia non solo (e non tanto) le mutazioni dei caratteri del territorio stesso, ma, soprattutto, la conoscenza e coscienza che, nelle diverse fasi storiche e nei diversi intorni civili, l’uomo ha avuto dell’ambiente costruito contemporaneo o del passato.
La Tabula Peutingeriana riporta soprattutto una struttura di percorsi; nell’atlante dell’Italia di Giovanni Magini (1620) non compaiono quasi i percorsi di terra; in una moderna carta automobilistica la rete stradale prende il sopravvento sulla rappresentazione degli altri dati osservabili sul territorio; la pianta di una metropolitana, infine, è soprattutto il disegno simbolico ed astratto di una rete, senza rapporto diretto con le dimensioni fisiche delle distanze tra i poli collegati.
Per il progettista, al quale occorre leggere il territorio in modo attivo, avendo come fine l’intervento, è dunque fondamentale estrarre con coerenza le informazioni dalle cartografie disponibili.
Questa coerenza costituisce il legame tra soggetto e oggetto della lettura territoriale: tra quello che il progettista cerca attraverso la rappresentazione cartografica (legata alla propria nozione di territorio ed allo scopo della lettura) e quanto le diverse cartografie possono offrire (legato alla nozione di territorio dell’autore e allo scopo della rappresentazione).
Nel seguito si riporta un criterio di lettura, legato alla nozione di territorio inteso come organismo, attraverso l’esposizione sintetica della nozione di organismo territoriale, della rappresentazione delle sue strutture (fondamentali all’interno della nozione di organismo esposta), degli strumenti operativi che permettono di estrarre dai diversi tipi di cartografia le nozioni ritenute utili.

La rappresentazione della struttura del territorio, individuata attraverso le fasi del suo uso antropico, non può che iniziare dalla lettura dei percorsi: dal modo nel quale essi si formano, si consolidano, si articolano, specializzano e gerarchizzano tra loro in modo collaborante, in rapporto di reciproca necessità secondo relazioni di congruenza e proporzione con gli insediamenti cui fanno capo. Il moto dell’uomo sul suolo, i segni lasciati dagli spostamenti, attraversamenti, migrazioni, precedono, infatti,  qualunque altra traccia: qualsiasi struttura legata ad attività lavorativa e stanziamento viene associata ai percorsi, più o meno stabili, che ne permettono l’esistenza.
I percorsi, come ogni dato della realtà costruita, hanno una loro tipicità, sono cioé  riconoscibili, nel loro formarsi ed evolversi, caratteri comuni che ne individuano storicamente la fase di appartenenza e, arealmente, la pertinenza ai caratteri naturali  del suolo cui sono associati.
Una prima, orientativa distinzione tra percorsi tipici può essere attuata attraverso la gerarchia del compito che svolgono, e quindi attraverso le polarizzazioni che distinguono i tracciati definendone le scale:
percorsi territoriali generati in origine dalle migrazioni ed, in seguito, dai collegamenti tra aree culturali di grande polarizzazione (ne sono esempio contemporaneo i percorsi autostradali) ;
percorsi locali, interni a ciascuna area o tra aree di confine, polarizzati dagli insediamenti e dai nuclei urbani;
percorsi fondiari, collegamenti alla scala delle aree produttive;
percorsi urbani, collegamenti interni alle aree urbane.
Questi percorsi si strutturano, a loro volta, secondo gerarchie che stabiliscono rapporti organici nell’uso del territorio (abbiamo già visto, ad esempio, come nei percorsi urbani é riconoscibile un ruolo processualmente diverso dei percorsi matrice, di impianto edilizio, di collegamento, di ristrutturazione ).
Una seconda distinzione può riguardare la stabilità dei percorsi, la quale é comunque legata alla loro gerarchia e alle fasi formative.
Le più elementari e spontanee vie di comunicazione sono costituite dai cammini  originati dal semplice atto del percorrere, e dai sentieri, tracciati in modo sommario dal passaggio frequente di persone e animali, come le mulattiere. E’ interessante notare come i due termini moderni non derivino da etimi impiegati nell’uso del territorio consolidato presso i romani,  ma  da neologismi del latino tardo, quando le strutture di percorsi consolidate erano in via di disfacimento: da un termine di origine gallica (camminum) il primo, e da mitarium, aggettivo sostantivato del termine classico semita, il secondo.

La pista (da pesta e, quindi, pestare, quindi “traccia”, “orma”), é il corrispondente termine che indica, alla scala del territorio, una via segnata dal solo passaggio frequente di persone e animali. Anche se alcune piste rimangono persistenti per secoli  esse rappresentano, per loro natura, una forma precaria e instabile di percorso, non consolidata da strutture insediative, le quali si pongono invece come sole polarizzazioni. Si pensi alle carovaniere, il cui scopo era la percorrenza di un territorio al fine di collegare direttamente due insediamenti urbani , a volte con strutture specialistiche di supporto quali, nel mondo islamico, i caravanserragli disposti ad intervalli di un giorno di marcia. La struttura della carovaniera obbedisce dunque ad un principio formativo diverso da quello della strada, che svolge anche un ruolo strutturante nei confronti degli insediamenti produttivi. Una chiara testimonianza di questa diversità é data, ad esempio, dalla quasi completa sostituzione da parte dei conquistatori turchi, del sistema viario anatolico romano-bizantino con carovaniere che non riutilizzavano le vecchie strade militari e commerciali, pur in condizioni ancora accettabili, con carovaniere che univano direttamente le città principali.
Un esempio di permanenza moderna di tracciati di questo genere é costituita dai tratturi (da trarre, e quindi dal latino trahere, nel senso di portare, condurre da un luogo all’altro) appenninici,  sentieri naturali tracciati dalla transumanza delle greggi. In alcune regioni i tratturi costituivano fino all’inizio del secolo importanti percorsi di attraversamento a scala territoriale, collegando i pascoli, dove le greggi svernavano, ai pascoli estivi ed ai luoghi di mercato.
Al contrario dei tipi di percorsi fin qui esaminati, il termine strada contiene il concetto di stabilità, derivando da strata (sottinteso via), nel senso di via lastricata, e quindi stabilizzata in modo permanente, che richiede lo stesso procedimento critico di qualsiasi altra costruzione, così come l’etimologia di termini recenti quali carraia, rotabile, autostrada, testimonia il loro senso di percorso specializzato.

3. IL PROCESSO FORMATIVO DEI PERCORSI

Determinante é la tipologia di percorsi in rapporto alle caratteristiche idro-orografiche di un territorio, ed alle fasi che rappresentano il processo formativo del relativo sistema insediativo: si possono così distinguere  i seguenti percorsi, che rappresentano, anche, una sequenza storica, da rintracciare nei documenti, per la lettura del territorio (cioé per la sua individuazione e interpretazione):

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Percorso di crinale nel Volterrano. Gallicano. Nucleo urbano alla testata di un crinale secondario

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Gallicano. Formazione delle corti elementari isorientate su percorso di crinale

I percorsi di crinale, seguono l’andamento naturale della linea di spartiacque che divide due bacini idrici. Questa linea é spesso già sede di una pista territoriale naturale che collega aree diverse tra loro perché  isolate dalla conformazione orografica del suolo  (bacini idrici).
La ragione della formazione della più antica struttura di percorrenze di un territorio a partire dal crinale delle aree montuose è da ricercare proprio nella scala di questi collegamenti, ma anche nella possibilità di orientamento garantita dal seguire l’inviluppo dei punti geograficamente più elevati di un territorio, oltre al vantaggio di evitare i problemi di attraversamento delle basse pianure, spesso ancora paludose nelle prime fasi di strutturazione del territorio, e comunque di più problematico attraversamento per la necessità di superare, se non si rimane all’interno di un singolo bacino idrico, i guadi e i valichi che comporta. Nella primitiva formazione dei percorsi di crinale è da ricercare la ragione per la quale, come afferma anche Fernand Braudel , la civiltà si evolve dalla montagna verso il mare, contrariamente a quanto la nostra “civiltà di pianura” indurrebbe a credere. Va anche notato, fattore non secondario delle scelte nella prima fase di antropizzazione, che il percorso di crinale non richiede rilevanti opere di adeguamento del suolo essendo la sua sezione pressoché orizzontale.
A seconda dell’importanza del sistema montuoso cui sono associati i percorsi di crinale sono gerarchizzati in:

percorsi di crinale principale, seguono le catene principali e costituiscono la sede naturale per le penetrazioni territoriali attraverso la discesa ai diversi bacini idrici. Vengono strutturati di preferenza dove é possibile utilizzare lo spartiacque più continuo.
Nell’ Italia centro-meridionale i percorsi di crinale principale, di pura percorrenza perché utilizzati per i soli spostamenti territoriali nord-sud, si sono formati già nell’età del rame e del bronzo, e sono costituito dagli spartiaque della catena degli Appennini, sede naturale delle percorrenze migratorie delle popolazioni italiche. Si distingue un crinale italico più alto, verso la costa adriatica, ed un crinale etrusco, meno continuo e rilevato, verso la costa tirrenica.

–    percorsi di crinale secondario, potenziali crinali insediativi che seguono le linee spartiacque che si dipartono dal crinale principale, costituendo l’accesso ad altrettanti promontori che si affacciano  su valli, direttamente o attraverso promontori secondari. Nell’ Italia centro-meridionale sono evidenti le serie di crinali secondari che, partendo dal crinale italico, si dirigono verso la costa adriatica in successione serrata, seriale, e dal crinale etrusco verso la costa tirrenica in successione  più distanziata.

–    percorsi di controcrinale locale, che si formano come percorsi su isoipse ad alta quota e servono quindi ad unire punti nodali dei percorsi di crinale secondario. Vengono generati dall’esigenza di scambio e presuppongono non solo una struttura elementare di insediamenti stabili, ma anche una prima forma di specializzazione produttiva che renda necessario lo scambio stesso. In pratica sostituiscono, per alcuni tratti, il percorso di crinale principale e si pongono su una giacitura alternativa ad esso. I percosi di controcrinale presuppongono il raggiungimento di una elevata capacità tecnica di modificare la forma del suolo richiedendo di superare almeno un compluvio e, a differenza dei percorsi di crinale, di adattare la sezione inclinata del suolo, con scavi e riporti, alla sezione necessariamente orizzontale del percorso.

–    percorsi di controcrinale continuo, che si formano come percorsi su isoipse a bassa quota e tendono a sostituire integralmente i percorsi di crinale principale.Sono percorsi di scambio a vasto raggio tra insediamenti generati da esigenze commerciali.

–    percorsi di controcrinale sintetico, che sono prodotti da due crinali con guado interposto, o posti a scorciatoia di un crinale principale. Il superamento del guado ha il significato di connessione tra due aree culturali, di estensione delle connessioni e degli scambi, inducendo alla formazione di un mercato prima e, spesso, di un nucleo urbano poi.

percorsi di fondovalle, che si svolgono, invece, seguendo le linee di compluvio del sistema orografico, risultando così opposti e complementari ai percorsi di crinale. Vengono formati alla fine del processo di impianto della struttura territoriale e sono i meno stabili, come meno stabile é l’occupazione delle pianure, che richiede continuità nel lavoro agricolo e nelle sistemazioni idrografiche relative. Si distinguono:

–    percorsi di fondovalle principale, i quali non seguono in realtà la linea di compluvio: come i percorsi di crinale  non seguono esattamente la linea di displuvio, per le difficoltà naturali che essa può presentare (picchi, pareti ecc.) ma si adattano ad essa attraverso raccordi di quota, così il percorso di fondovalle può non occupare la sede immediatamente adiacente ai corsi d’acqua, ma porsi, più spesso, a ridosso di essa, adattandosi ai sistemi di piccoli rilievi del terreno o seguendo le linee di margine della pianura (percorsi pedemontani).

–    percorsi di fondovalle secondario, che si dipartono spesso dalle pedemontane, per seguire i compluvi delle valli comprese tra due promontori, risultando complementari ai percorsi di crinale secondario.Questi percorsi svolgono un ruolo importante di collegamento tra bacini idrici, raggiungendo i valichi a cavallo tra di essi.

Gli insediamenti si costituiscono, in forma storicamente tipica soprattutto nell’Italia centrale  , a partire dai  rilievi montuosi ed a scendere verso la costa, dove si saldano in una struttura organica con gli insediamenti complementari che si formano intorno ai guadi ed agli approdi.
E’ evidente come, contemporaneamente alla discesa a valle ed alla progressiva specializzazione della produzione, nasca la necessità dello scambio e dei relativi percorsi: insediamenti e percorsi sono dunque legati  da uno stesso processo formativo.
Primi a formarsi sono gli insediamenti di crinale, che si formano sui crinali secondari dalla discesa dal crinale principale impiegato per i grandi attraversamenti. Processualmente, quindi, si formano prima gli insediamenti in quota, che rappresentano la prima forma stabile di occupazione del suolo, spesso al livello delle sorgive, e successivamente gli insediamenti che tendono ad occupare l’intero promontorio fino alla testata sulla valle.
L’insediamento di testata di crinale (o di basso promontorio) costituisce dapprima una polarità territoriale, seppure a scala ridotta, costituendo la terminazione (e quindi polarizzazione) di un percorso, e successivamente, un nucleo protourbano , un nodo di scambio (attraverso la formazione di nodalità di percorsi) con la valle, nel momento in cui ha origine la fase di occupazione e strutturazione  delle pianure, spesso paludose, nei quali si stabiliscono gli insediamenti di fondovalle, soprattutto alla confluenza di percorsi in corrispondenza di guadi, e quindi prima della biforcazione dei fiumi, dai quali si sviluppano nuclei protourbani (per il ruolo di mercato che la nodalità territoriale assume) e quindi, nei casi di forte polarità, nuclei urbani.
Caso particolare dell’insediamento di basso promontorio è l’insediamento acrocorico, collocato su un rilievo orografico elevato rispetto all’intero territorio circostante e quindi difeso dalle caratteristiche del suolo non solo su tre lati ma sull’intero perimetro. E’ comunque evidente che, quando l’insediamento non avvenga in uno stadio avanzato della formazione del territorio per il solo controllo delle grandi vie di transito, il comportamento dell’insediamento acrocorico risponderà al principio di essere derivato dal processo formativo del crinale secondario cui è orograficamente e storicamente legato e dal quale derivano i percorsi originari che lo hanno formato.
Nel IV sec. a. C., quando inizia la colonizzazione romana e la strutturazione o il consolidamento dei fondovalle, il territorio della penisola é strutturato ancora in nuclei protourbani. Nelle aree interne appenniniche centro-meridionali gli insediamenti a carattere tribale (pagi) consistono in nuclei arroccati su promontori. In questa fase, soprattutto nell’Etruria e nella fascia costiera dell’Italia centro-meridionale, è già strutturato un sistema di poleis, città stato che risentono, spesso in modo indiretto,  l’influenza della colonizzazione greca.

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Il sistema dei percorsi in relazione all’ipotesi della formazione pianificata della città di Trani (da G.Strappa, M.Ieva, M. Dimatteo, La città come organismo. Lettura di Trani alle diverse scale, Bari 2003)

Gli insediamenti costieri di approdo sono centri specialistici per il commercio e lo scambio (in questo simili ai nodi di mercato che si formano, spesso, in corrispondenza dei guadi) dai quali si originano sulla costa nuclei urbani in corrispondenza, spesso, con insediamenti di basso promontorio più interni, alla testata di crinali secondari, con i quali viene instaurato lo scambio (non nascerebbe un approdo se non esistesse un’area produttiva da raggiungere).
Il sistema dei percorsi e degli insediamenti si forma secondo estesi periodi temporali che corrispondono, schematicamente, ai grandi cicli della storia del territorio:

ciclo d’impianto, databile dal Paleolitico al IV sec. a.C, attraverso il quale si struttura l’intero territorio, da monte verso valle, attraverso percorsi, insediamenti, nuclei protorbani e primi nuclei urbani propriamente detti in corrispondenza dei controcrinali sintetici;

ciclo di consolidamento, databile dall’espansione romana del IV sec. a. C. al declino del IV-V sec. d. C., attraverso il quale si stabilizza la struttura già impiantata, integrata dall’organico strutturarsi dei percorsi di fondovalle e dei relativi nuclei urbani. In realtà processi analoghi e diacronici di grandi strutturazioni dei fondovalle avvengono nei maggiori bacini idrici dell’antichità, come nelle valli del Tigri-Eufrate, del Nilo, del Gange;

ciclo di recupero, individuabile nel periodo medievale tra la fine del IV-V sec. d.C. e la fine del XII sec., durante il quale si perdono le strutture di fondovalle organizzate in periodo romano e si riutilizzano e trasformano le strutture precedenti di promontorio

ciclo di ristrutturazione, corrispondente al periodo dal XIII secolo all’età contemporanea, durante il quale si riorganizzano le strutture di fondovalle parzialmente abbandonate nel ciclo di recupero, con estese opere di bonifiche.

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Fasi formative della struttura territoriale dell’Italia centrale (da AA.VV., Cortona, Struttura e territorio, Cortona 1987).

 

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Formazione del sistema delle percorrenze radiali e controradiali in relazione ai fossi della Marranella, di Gottifredi, di Centocelle a Roma sulla base della carta IGM del 1872 ( da G.Strappa, a cura di, Studi sulla periferia est di Roma, Francoangeli, Milano 2012)

4. BIBLIOGRAFIA

Testi di carattere generale:

G.Strappa (a cura di), Studi sulla periferia est di Roma, Francoangeli, Milano 2012

G.Strappa, M.Ieva, M. Dimatteo, La città come organismo. Lettura di Trani alle diverse scale, Adda, Bari 2003

G.Strappa, Unità dell’organismo architettonico, Dedalo, Bari 1995 (on line su questo sito)

F. Farinelli, I segni del mondo, Firenze 1992.

F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1986

G.Caniggia,G.L.Maffei, Composizione architettonica e tipologia edilizia. 1. Lettura dell’edilizia di base, pp. 203-249,  Venezia 1979.

G. Cataldi, Per una scienza del territorio. Studi e note, Firenze, 1977

Come esempi significativi di lettura di  organismi urbani particolari si possono utilmente consultare:

G.L.Maffei (a cura di),  La casa rurale in Lunigiana, Venezia 1990.

AA.VV., Cortona. Struttura e storia, Cortona 1987

G.Conti, D.Corbara, Per una lettura operante della città. L’esempio di Cesena, Firenze

LA CASA A CORTE

prof. Giuseppe Strappa

GENERALITA’

Il gesto elementare dell’appropriazione dello spazio attraverso il tracciamento di un recinto protettivo genera il tipo abitativo a corte che è stato alla base della formazione dei tessuti della città antica dell’Europa meridionale, dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente.
La casa a corte sembra anzi esprimere, concretamente e simbolicamente, le stesse radici comuni delle civiltà che si sono affacciate sulle rive del Mediterraneo, attraverso cellule murarie che si avvolgono intorno ad una corte centrale, essenza della casa delle origini che darà vita a molta architettura basata sulla nozione di recinto.
Se la sua forma chiusa indica, come ha rilevato Gottfried Semper, l’atto di difendere lo spazio contenuto, la struttura interna della casa a corte comunica accoglienza e ospitalità, sia che si tratti della corte ombreggiata di una casa islamica o dell’ atrium di un’abitazione italica.
Si può considerare la casa a corte elementare, tipo matrice dedotto quale somma dei minimi caratteri comuni contenuti nei tanti tipi e varianti di abitazioni basate sulla nozione di recinto, come costituita da quattro pareti formanti una perimetrazione rettangolare su un lato della quale si addossa il costruito, edificato a partire dalle dimensioni della cellula elementare. Da questa si sviluppano i tanti tipi di case a corte derivati soprattutto attraverso l’occupazione successiva dello spazio libero all’interno del recinto e le successive trasformazioni.
L’aggregazione di case a corte costituisce organismi aggregativi a scala maggiore organizzati dai percorsi nei quali sono riconoscibili unità aggregative intermedie allo stesso modo che per le case a schiera è riconoscibile la formazione dell’isolato. Il ruolo di queste unità aggregative nella formazione del tessuto, il loro rapporto col tipo base vigente,  varia in funzione della maggiore o minore pianificazione dell’aggregato edilizio, dell’orografia del terreno, della presenza polarizzante di edilizia specialistica. Si confrontino ad esempio i diversi casi di tessuti di case a corte ad Olyntos, dove l’isorientamento dei vani elementari originali è molto chiaro, come è chiara la formazione di varianti sincroniche dovute alla posizione dell’accesso rispetto al costruito.
Tale forma aggregativa assume  caratteri specifici, pur nella molteplicità degli esiti costruiti, nei nuclei urbani formatisi nel bacino del Mediterraneo (sono facilmente individuabili, nell’antichità, caratteri comuni al tipo greco, al tipo  italico, al tipo romano) condizionandone lo sviluppo, come tipo sostrato,  anche quando altri tipi edilizi (case a schiera, case in linea, palazzi) hanno preso il posto, nel tessuto, del tipo originale.
Uno dei
criteri che hanno maggiormente condizionato lo sviluppo delle città basate su questo tipo (ad esempio i tessuti di domus delle città romane) è l’orientamento comune del costruito all’interno del recinto, o isorientamento, necessario in quanto le migliori possibilità di aeroilluminazione delle cellule elementari si danno su un solo lato del recinto che deve essere esposto, per questo, nelle condizioni migliori, costituite prevalentemente dall’ orientamento a sud. Ne deriva una forma di occupazione dell’area interna disponibile in funzione:
– dell’orientamento del  percorso viario : se è orientato in senso nord-sud il costruito occuperà di preferenza il lato parallelo alla direzione d’ingresso; se è orientato in direzione est-ovest occuperà il lato ortogonale alla direzione d’ingresso esposto a sud;
– del tipo di edificazione: in serie aperta o chiusa a seconda che ogni serie di domus sia divisa da quella adiacente da un percorso o che sia invece ad essa unita o separata da un semplice ambitus.

 

 

LA  DOMUS

Un tipo particolarmente importante di case a corte è costituito dalla domus, diffusa nell’antichità nel modo romano e romanizzato. L’impianto delle città di fondazione romana organizzate attraverso aggregazioni di domus permane a lungo anche in fase medievale, dove l’abitazione si trasforma moltiplicando i vani in orizzontale e in verticale: la parte inferiore spesso ad uso specialistico e quella superiore ad uso abitativo.

Nonostante l’affinità etimologica con altri termini di origine indoeuropea corrispondenti alla nozione di abitazione (avestico Demana, sanscrito Damah, lituano Dimstis (proprietà) antico slavo Domu, da cui il russo Dom)  la domus romana ha suoi caratteri specifici fortemente tipizzati.
La differenza tra la domus matura e altri tipi di case a corte diffusi nel bacino del Mediterraneo consiste soprattutto nella organica gerarchizzazione dei vani, strutturati intorno all’asse accentrante che dall’ingresso conduce al vano principale costituito dal tablinum.
Il processo di trasformazione e consumo della domus avviene attraverso tre fenomeni che si sviluppano sincronicamente o diacronicamente in rapporto alle diverse aree culturali a partire da un tipo matrice di mezzo actus di spessore,  ovvero 60 piedi (con una dimensione teorica prevalente, quindi, di 17,70m, che però si può differenziare, in realtà, con dimensioni comprese tra i 12 ed i 18m) e profondità variabile (in genere contenuta tra i 20 ed i 40m),   con fenomeni accelerati nelle aree più densamente popolate, dove si è arrivati rapidamente al tipo maturo ad atrio e peristilio.
Per comprenderne lo sviluppo si può ipotizzare, come è avvenuto per la casa a corte elementare, una matrice originaria, una “domus elementare” dedotta per comparazione tra le tante varianti diacroniche che si sono sviluppate con caratteri specifici nel corso del tempo a partire da uno stesso insieme di caratteri comuni, il quale doveva precedere l’individuazione romana e mostrare caratteristiche proprie, ad esempio, della casa a corte latina e della casa etrusca, così come è possibile riconoscerla nelle tombe di Tarquinia e Cervetri.
Il costruito monocellulare è costituito da vani di 4/6 metri che si affacciano sullo spazio interno scoperto della cohors, termine derivato dal greco χόρτος (recinto) che nel latino medievale diverrà curtis, parola che permane in molti toponimi contemporanei a dimostrazione della continuità del sostrato antico.
Nelle condizioni ideali, non condizionate dall’andamento del terreno e dalla posizione del percorso, i vani monocellulari si disporranno sul lato corto del recinto rivolto verso sud: avendo una sola possibilità di affaccio, in considerazione del fatto che i vani sono aperti solo verso l’interno del recinto, verrà preferito l’orientamento migliore. L’accesso sarà posto nel lato corto opposto, in corrispondenza del percorso.
Quando il percorso ha direzione nord-sud, l’orientamento migliore corrisponderà invece ad una disposizione dei vani sul lato lungo rivolto a sud dando origine ad una variante sincronica del tipo portante.
Anche nelle aggregazioni di domus si avranno varianti sincroniche dovute alla posizione dei percorsi, come negli schemi riportati.

1 – Incremento del costruito . Nel tempo, come è avvenuto per la casa a corte, la domus si trasforma dando vita a numerose varianti diacroniche dovute al progressivo consumo del tipo portante e delle varianti sincroniche originali. Questa trasformazione è dovuta, in un primo tempo, alla necessità di incrementare il costruito all’interno del recinto occupando il perimetro della corte aperta. Il bisogno di conservare, comunque, l’accesso alle cellule originali laterali spiega la formazione delle alae, spazi liberi antistanti l’ingresso ai vani, mentre il vano centrale, gerarchizzato dalla posizione assiale rispetto all’ingresso, si specializza in tablinum e costituisce, anche, il passaggio verso l’espansione della domus, tipologicamente meno stabile, costituita dall’originario hortus retrostante che nel tempo diverrà giardino associato ad un porticato (peristylium)
L’abitazione contenuta all’interno del recinto  appartiene ancora ad un unico proprietario (abitazione monofamiliare)

2 – Tabernizzazione, Soprattutto nelle
aree urbane a maggiore densità, la trasformazione della domus avviene attraverso l’occupazione del fronte su percorso con formazione delle tabernae, vani specializzati per uso commerciale che tendono a divenire autonomi, e delle faucies d’ingresso. L’abitazione contenuta all’interno del recinto diverrà, nel tempo, indipendente dalle tabernae e la domus  non apparterrà più ad un unico proprietario. Inizia la  plurifamiliarizzazione  del tipo che si sviluppa in un primo tempo con la trasformazione autonoma delle tabernae in case a schiera e, successivamente, con la dequantificazione del costruito abitativo.


3 – Insulizzazione, Si completa plurifamiliarizzazione del costruito entro il recinto con l’utilizzazione monofamiliare delle cellule che si dispongono a completare il perimetro intorno alla cohors e si incrementano in altezza. Ogni cellula tende a divenire autonoma ed a svilupparsi come un tipo particolare di casa a
schiera  monocellulare affacciata su un solo lato all’interno della corte.

In età antica le cellule ai piani superiori vengono a volte distribuite da ballatoi dando origine al tipo plurifamiliare delle insulae, come nei casi, molto noti, di Ostia L’insulizzazione conclude il processo di trasformazione della casa a corte dove la domus ha perso i propri caratteri e diviene tipo sostrato, dando origine ad un nuovo tipo edilizio.
Questi tre diversi fenomeni di trasformazione, elencati schematicamente come separati e diacronici, possono in realtà sovrapporsi, con la formazione di vani commerciali al piano terreno successivi al fenomeno di insulizzazione.

 

 

LA CASA A CORTE MODERNA E CONTEMPORANEA (1)

La casa a corte è stata riproposta in tempi recenti dando vita ad uno dei rari esempi di tipo edilizio moderno la cui vitalità arriva fino ai nostri giorni.
L’idea di spazio racchiuso ed introverso ha corrisposto, almeno dagli anni ’20 del secolo scorso, alla rinnovata attenzione per lo spazio domestico. E’ indubbio che il bisogno di isolamento individuale fornisce la chiave di interpretazione di questo tipo di abitazione, come l’atto del recingere è ancora il principio generatore della sua architettura.
La corte può infatti essere considerata come una porzione di territorio confinata cui la casa si rivolge, presentando verso l’interno il prospetto principale mentre le murature esterne assumono il ruolo di facciate secondarie. Se la città è per definizione il luogo dello scambio, la casa a corte costituisce l’altra faccia dell’abitazione moderna, riproponendo certamente istanze antiurbane.
E tuttavia l’evoluzione della casa a corte, ed il suo interesse come tipo edilizio, è dovuto a questa contraddizione: proporre un modello di vita semirurale ed adattarlo alla costruzione della città. E’ rilevante il fatto che questo carattere centripeto, dove l’esterno è un semplice muro, spesso derivato dall’idea di difesa, risulta particolarmente evidente in aree a forte concentrazione urbana, dove si cerca di evitare, per quanto possibile, il rapporto con l’esterno. Particolarmente significativi sono a questo riguardo gli esempi costruiti in un ambiente urbano densamente popolato e in gran parte compromesso come quello giapponese: di fronte all’imprevedibile sviluppo della città moderna, ai cambiamenti improvvisi che trasformano in pochi anni aree a giardini in periferie ad alta densità edilizia, molte delle case unifamiliari giapponesi recenti presentano un vero e proprio recinto difensivo, con scarse bucature di ridotte dimensioni, e uno spazio interno particolarmente accogliente attorno al quale si svolge la vita familiare. Si vedano, tra i molti possibili, gli esempi della casa costruita da Susumu Takasuga a Mobara alla fine degli anni ‘70, in cui le aperture sulla parete di cemento perimetrale alludono alle feritoie dei bunker, o della casa costruita da Tadao Ando ad Osaka nel 1984 dove, anche verso l’interno, le alte mura che racchiudono la corte suggeriscono l’immagine della fortificazione. Più che da un tipo edilizio costante si direbbe che l’architettura di queste case sia dettata dalla necessità di sopravvivere all’aggressività della metropoli moderna.
Il riferimento alla domus come origine del tipo moderno di casa a corte è frequente in letteratura. Tuttavia non si può propriamente parlare di continuità con il processo formativo della casa mediterranea: sebbene non esistano quasi nei paesi nordici esempi che risalgano ad epoche anteriori l’inizio del XIX secolo, la diffusione di questo tipo di abitazione è concentrata, a partire dagli anni ‘20, essenzialmente nelle regioni dell’Europa settentrionale di cultura anglosassone e scandinava, mentre le proposte italiane degli anni ’20 e ’30, ispirate dalle contemporanee ricerche archeologiche, non hanno avuto che limitati sviluppi. I primi esperimenti di casa a corte moderna avvengono verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in corrispondenza della spinta innovativa provocata dalla rivoluzione industriale. Si tratta di esperimenti isolati, difficilmente inquadrabili in una tendenza generalizzata che riconosca nel tipo a corte una risposta ai problemi della città contemporanea.
Nel clima di ricerca del movimento Arts and Craft, Edwin Lutyens compie un esperimento di casa a corte nel 1899 con la Orchard House a Godalming, nel Surrey. L’idea regressiva dell’architettura che è alla base delle composizioni di Lutyens, evidente in Orchard House, induce a riferire questo esempio più a derivazioni dal filone « Regina Anna» di N. Shaw (e in particolare all’imitatissimo castello di Leyswood) che a una proposta rivolta ai problemi dell’abitazione moderna. Tra il 1901 ed il 1904 Tony Garnier progetta per la sua Cité Industrielle un tipo di casa a corte da ripetere in serie, sul tracciato regolatore ortogonale proposto per i quartieri di abitazione, evidentemente ispirata al modello romano.
In realtà questa casa interpreta la corte in modo riduttivo rispetto alle elaborazioni che, due decenni dopo, verranno effettuate dal Razionalismo tedesco: come per le case urbane pompeiane la corte non è uno spazio del tutto aperto ma piuttosto un ambiente di rappresentanza sulla cui copertura viene praticata una vasta apertura che permette l’areazione e l’illuminazione.
La casa proposta da Garnier è disposta intorno ad una corte aperta verso sud. Le funzioni sono nettamente separate: accanto all’ingresso, isolato, lo studio; lungo il lato opposto all’ingresso ci sono gli spazi per il giorno, tutti a livello terreno, a destra dell’ingresso sono raggruppate le camere da letto, su due piani, con un’enfasi particolare per la stanza del capofamiglia dotata di bow-window.
L’esperienza di queste case a corte rimane isolata nella produzione di Garnier e solo molto più tardi, in una villa progettata nel 1923 a Lione si ritrova il tipo a corte parzialmente aperta.
All’inizio del secolo si assiste anche negli Stati Uniti ad una diffusione del tipo di abitazione a patio.
Soprattutto la riscoperta della tradizione della « placita» (piccola piazza centrale) delle costruzioni del Nuovo Messico, parallelamente alla moda dello Spanish Colonial Revival e del Pueblo Style contribuirono all’elaborazione di piante distribuite intorno ad uno spazio centrale chiuso o, più spesso, aperto. Utilizzato per abitazioni di grandi dimensioni per le nuove classi imprenditoriali, questo tipo ebbe particolare successo nei climi temperati della California.
Uno dei primi esempi, la casa per Arturo Bandini a Pasadena, costruita nel 1903 da Charles ed Henry Greene, fu progettata per espresso desiderio del cliente secondo il modello mediterraneo, con una corte chiusa su tre lati e schermata sul quarto da un pergolato.
Questa costruzione fu il prototipo di numerose abitazioni a corte che i fratelli Greene realizzarono in California, imitati da architetti locali (I. Gill, W. Templeton Johnson, R. Schindler etc.).
Gli esperimenti americani ebbero tuttavia scarso peso sugli sviluppi del tipo cdilizio che doveva essere applicato in Europa. Questo infatti nasce in Germania, in modo pressoché autonomo, alla fine degli anni ‘20 soprattutto grazie alle sperimentazioni di Hugo Häring,
Ludwig Hilberseimer ed Hannes Meyer.  Nel 1928 Häring progetta un tipo di abitazione a pianta rettangolare in cui le aperture sono concentrate su uno solo dei lati lunghi rivolto verso uno spazio aperto, mentre l’altro lato lungo è cieco e delimita lo spazio aperto della casa adiacente. In embrione compaiono gli elementi compositivi degli schemi a corte ad L che troveranno vasta applicazione nei paesi nordeuropei (e scandinavi in particolare) fino ai nostri giorni. Particolarmente imitata sarà la soluzione degli spazi di distribuzione concentrati lungo la parete cieca, utilizzata per alloggiare gli armadi. Esempi di case a corte recenti che hanno dato buoni risultati dal punto di vista della vivibilità (valga per tutti l’esempio di Het-Hool in Olanda) seguono molto da vicino questo schema.
Sempre nel 1928 anche Mayer progetta una casa per gli insegnanti della scuola sindacale di Bernau con uno schema a corte. Nell’impianto distributivo ad L compare la divisione (riproposta poi come costante negli sviluppi successivi) dei due corpi di fabbrica in zona giorno e zona notte intorno ad uno spazio aperto. Questo progetto, che prevede un’abitazione a due livelli, rende evidente il fatto che le dimensioni dello spazio aperto di questo tipo edilizio vanno rapportate all’altezza dell’edificio: su un’altezza di due piani la piccola corte disegnata da Mayer rimane profondamente incassata tra l’abitazione ed il muro cieco della casa adiacente con problemi notevoli di soleggiamento.
Nel 1929 Hilberseimer progetta un tipo di casa a schiera con corte di piccole dimensioni ad un solo piano, col soggiorno collocato al centro dello schema distributivo in funzione di disimpegno e le due stanze da letto in posizione periferica. La relazione reciproca tra gli ambienti è condizionata dal presupposto che le stanze da letto debbono essere orientate a sud ed il soggiorno ad ovest, mentre il contatto con l’abitazione adiacente deve avvenire attraverso una parete cieca nella zona dei servizi. Nel 1931 Hilberseimer rielabora alcune varianti del tipo di casa con impianto ad L che costituiscono anch’esse esempi molto imitati nello sviluppo della casa a corte. La casa ampliabile che egli propone come “Tipo E” è la sintesi delle esperienze che si vanno compiendo in questi anni e rappresenta un punto di arrivo dell’evoluzione razionalista del tipo a corte: dalle case di Haring riprende la chiarezza planimetrica, con il corridoio addossato alla parete cieca mentre dalle ricerche di Mayer deriva la suddivisione netta tra zona giorno e notte. In questa casa è prevista come costante la costruzione del corpo di fabbrica contenente i servizi ed il soggiorno, mentre la zona letto (fino ad un massimo di tre stanze doppie) può essere costruito in fasi successive.
C’è da notare che l’impianto ad L è molto diffuso nelle ricerche tedesche degli anni ‘20 e non costituisce necessariamente una variante del tipo a corte. Uno dei presupposti indispensabili del tipo a corte è infatti l’utilizzazione dello spazio aperto come estensione dell’abitazione e la disposizione delle aperture intorno alla corte in modo che ne risulti una configurazione introversa dell’alloggio. Una dimostrazione evidente di questo fatto è data dalle abitazioni costruite nel 1928 nella siedlung Tòrten Dessau su progetto di W. Gropius: nonostante la disposizione ad L della pianta, le abitazioni risultano bloccate entro le pareti murarie e lo spazio risultante tra le diverse case unifamiliari aggregate è uno spazio pubblico che nulla ha a che vedere con la corte.
Nel 1931 anche Mies van der Rohe progetta un tipo di casa unifamiliare associata a corte. L’interpretazione del tema è radicale: chiusura totale verso l’esterno perimetrando totalmente il lotto di proprietà con un muro cieco; inserimento della costruzione rettangolare accostata su due o tre lati alle murature cieche; formazione di uno o più corti tra il corpo di fabbrica ed il muro perimetrale. L’abitazione non è progettata in modo rigido. Si tratta piuttosto di una lastra di copertura sostenuta da pilastri in acciaio e chiusa a vetro sul perimetro (un contenitore vuoto) all’interno del quale è possibile disporre liberamente la distribuzione della casa, fatta eccezione per i servizi.
Conseguenza della ricerca indivuale di Mies van der Rohe, questa proposta rimane teorica ed isolata nella linea di sviluppo della casa razionalista, nonostante le notevoli indicazioni di metodo che contiene e nonostante gli scambi che, come direttore della Bauhaus, l’architetto intrattiene con Hilberseimer. La casa costruita a Berlino nel 1932 da Mies van der Rohe può infatti considerarsi solo lontanamente affine al tipo a corte, nonostante l’impianto ad L.

In Italia i primi sondaggi teorici furono compiuti da Diotallevi, Marescotti e Pagano nel 1940 con una serie di varianti sul tipo dell’abitazione ad L a corte, che, conservando una medesima parte centrale comune (cucina, servizi ed una stanza da letto) prevedevano diverse dimensioni del soggiorno e un numero variabile di camere da letto. La proposta ricorda da vicino gli studi di Hilberseimer per una casa ampliabile, ma l’aspetto innovativo riguarda il nuovo ruolo urbano che viene prefigurato per la casa a corte unifamiliare associata. Considerato che la densità media delle città europee è di circa 250 abitanti per ettaro, essi propongono un modello urbano con densità simile, dimostrano come sia possibile realizzare parti di città con un tipo edilizio considerato fino ad allora semirurale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per Diotallevi, Marescotti e Pagano l’associazione delle case a corte «… può avvenire unicamente in base ad una estensione dei concetti che hanno determinato la casa stessa, e cioè mantenimento degli assi e corrispondenza delle traversate di ventilazione, ripetizione dei tipi ed uguaglianza degli accessi. La rete di traffico è indipendente e così i servizi collettivi, sempre centralizzati rispetto a un’unità definita in un certo nucleo di abitazioni. L’associazione elementare di più case unità dello stesso tipo avviene nel senso nord-sud con la ripetizione identica e contigua degli elementi, e nel senso est-ovest con la ripetizione simmetrica, in modo che a due a due i giardini interni si accoppiano lungo i muretti di divisione. Questa disposizione riduce le ombre portate dei corpi costruiti sui giardini stessi”’ (IRENIO  DIOTALLEVI, FRANCO MARESCOTTI, GIUSEPPE PAGANO, La città orizzontale, in «Casabella Costruzioni»,, aprile 1940. ).
La proposta è tutta teorica e formulata ammettendo che il quartiere debba soddisfare in prevalenza il bisogno di famiglie numerose ma costituisce una premessa importante agli sviluppi del dopoguerra.
Nel 1952 infa
tti A. Libera costruisce per l’INA CASA un insediamento di abitazioni a corte al quartiere Tuscolano a Roma. E il primo esperimento su vasta scala di questo tipo che venga portato a termine in Europa. I presupposti dichiarati del progetto fanno riferimento al mondo mediterraneo ed alle esperienze individuali dell’architetto (il progetto segue di poco un viaggio di Libera a Marrakesh). Tuttavia, è evidente la derivazione dalla linea di ricerca del razionalismo europeo sia per le affinità tipologiche, sia per il contesto teorico mutuato dall’idea di “unità di abitazione autosufficiente” secondo la tradizione (che si va consolidando) del  Movimento moderno.
La trama delle abitazioni a corte viene considerata come un tessuto connettivo continuo, che fa riferimento adun suo centro di servizi collettivi. Il considerare tuttavia l’insediamento come mediazione tra casa individuale e quartiere riporta questo intervento al clima «neorealista» dell’architettura italiana di quegli anni, con conseguenze evidenti anche sul piano del progetto dell’alloggio. La densità prevista è quella individuata dalle ricerche di Diotallevi, Marescotti e Pagano come tradizionale dei
quartieri cittadini, ma l’esperimento non avrà seguito in Italia, dove si cow tinuerà a costruire, anche per l’edilizia economica case plurifamiliari isolate o contigue.
A partire dagli anni ‘60 si assiste invece ad una progressiva diffusione del tipo unifamiliare a corte nell’Europa settentrionale con interventi su vasta scala di edilizia a basso costo.
Raramente si introducono innovazioni tipologiche radicali rispetto ai risultati degli anni ‘20 e ‘30. La ricerca investe piuttosto le possibilità di utilizzazione del tipo a formare aggregati urbani, secondo le linee evolutive indicate da Hilberseimer e Diotallevi-Marescotti.
Di particolare rilievo è l’esperienza danese di Albertslund, nel 1963, che sancisce in modo definitivo la capacità della casa a corte di costruire parti di città. Viene infatti edificato, a 15 km da Copenaghen, un nuovo quartiere nel quale si decide di sperimentare tipologie inusuali in vista della programmata formazione di una new town. Particolare attenzione viene dedicata allo studio di un tipo edilizio a corte aggregato con pianta ad L che utilizza superfici variabili da 40 a 100 m2.

Sebbene lo schema distributivo sia fortemente condizionato dalla necessità di utilizzare la prefabbricazione integrale, questa realizzazione costituisce ancora un esempio molto dibattuto (ed imitato) nell’area scandinava, soprattutto per la capacità di costituire, per aggregazione, un tessuto continuo. Nelle realizzazioni precedenti (e spesso anche in quelle successive) la casa a corte aggregata costituisce un intervento isolato che tende a ricostituire uno spazio privato all’interno dell’abitazione attraverso l’isolamento del nucleo edilizio. Anche l’intervento di Libera al Tuscolano,
sebbene immesso nella città, era stato concepito come intervento in qualche modo concluso, tanto da essere definito  “unità di abitazione orizzontale”.
Ad Albertslund invece viene ideata una struttura gerarchica in cui all’asse centrale, costituito dall’arteria principale di scorrimento associata a case a blocco di tradizione ottocentesca, fa capo un sistema di assi ortogonali che a sua volta ordina la geometria dei percorsi delle case a corte. Il risultato è quello di una dimensione ridotta nella scala delle abitazioni semiestensive a corte, con un rispetto completo dell’intimità domestica che non viene tuttavia scontata con l’esclusione dal rapporto con la città.
Al successo di queste operazioni agli inizi degli anni ‘60 segue la proliferazione di quartieri basati su tipi simili, nell’Europa settentrionale, sebbene non sia sempre agevole distinguere quali possano a ragione essere classificati come composti da case a corte associate. E evidente infatti la difficoltà di fornire una definizione semplice e generale di questo tipo edilizio. Le caratteristiche che lo distinguono dalle altre case unifamiliari associate sono molte ma spesso legate a fattori non solo qualitativi, ma anche quantitativi. Ad esempio una corte troppo piccola corrisponde ad una chiostrina, mentre una corte troppo grande è di fatto un giardino ed il limite inferiore è superiore alla dimensione dello spazio esterno è un dato tratto dall’esperienza cui, evidentemente, non può essere assegnato il valore di definizione univoca.
E però
possibile dare una definizione di questo tipo edilizio strumentale rispetto all’uso che la pratica ha consolidato.
La casa a corte associata può essere definita come abitazione distribuita intorno ad uno spazio aperto che abbia alcune caratteristiche fondamentali. In primo luogo esso è sempre perimetrata da murature che non consentono l’affaccio esterno, con l’eccezione dell’ingresso e delle aperture strettamente funzionali. La struttura distributiva è quindi introversa con aerazione ed illuminazione che provengono principalmente dallo spazio centrale che diviene così il centro di orientamento degli elementi compositivi della casa.
Naturalmente esistono varianti più o meno rilevanti a questa affermazione. Tuttavia un’abitazione che sia ugualmente rivolta tanto verso l’interno quanto verso l’esterno, o addirittura prevalentemente verso l’esterno, non può essere definita casa a corte ma casa con giardino.
Altra caratteristica della casa a corte è che tutta la superficie a disposizione dell’unità unifamiliare è occupata dall’insieme casa-corte. Non esistono cioè spazi privati di risulta e l’area perimetrata confina direttamente con la proprietà pubblica.
Le dimensioni della corte debbono essere tali da non risultare eccessive (e cioè far perdere la percezione della corte come spazio interno) né troppo ridotte (nel qual caso si perderebbe la percezione della corte come spazio aperto).
Va a questo proposito considerato il rapporto tra la misura dello spazio aperto e l’altezza delle murature che lo circondano (edificio e recinzione): quella che per un edificio a due livelli può essere considerata una giusta misura per la corte, per un edificio ad un solo livello può essere uno spazio completamente aperto che fa perdere un requisito fondamentale della casa a corte: la protezione dallo spazio esterno.
Dall’esperienza degli esempi realizzati si può affermare che le dimensioni di una corte quadrata non debbono essere inferiori a m 5×5 (approssimativamente il lato minimo della corte utilizzata da Libera al Tuscolano per abitazioni ad un piano) né superiori a m 15x 15 (quindici metri è l’ampiezza massima delle certi rettangolari delle case di Het-Hool progettate da Bakema e Van den Broek, con prospetti dell’edificio sulla corte di m 7,5).
Negli edifici antichi con impianto a corte spesso lo spazio centrale era racchiuso dagli elementi della casa, era cioè completamente interno e non aveva lati separati dallo spazio pubblico da sole murature divisorie.
Questo schema è difficilmente utilizzabile per le moderne case associate. Si preferiscono invece schemi aperti su un alto o su due lati o (più raramente) con due corpi di fabbrica contrapposti.
A volte vengono considerate a corte case ad un solo corpo di fabbrica e spazio aperto perimetrato da murature di recinzione e dai muri ciechi degli altri corpi di fabbrica. In questo caso la distinzione dalla casa con giardino non è sempre agevole (e spesso inutile). Al di là delle difficoltà di classificazione è infatti innegabile che esempi di proposte di questo tipo, come le case di Hugo Häring del 1928 o di Mies van der Rohe del 1931 (di cui si è parlato) sono indubbiamente da considerarsi a corte.
La chiusura pressoché totale verso l’esterno è una delle caratteristiche che rende le case a corte particolarmente adatte ad essere associate tra loro. Esclusa la parte di perimetro utilizzata per l’ingresso le unità si possono accostare tra loro su qualsiasi lato. Poiché le aperture che danno verso l’esterno sono di natura esclusivamente funzionale, possono essere ottenute sulla parte alta delle murature comuni, nel caso in cui non siano collocabili diversamente.
Lo schema ad L è facilmente associabile in linea retta semplicemente giustapponendo un lato della corte di un’unità alla parete cieca dell’altra.
E questo il tipo di aggregazione più diffuso per la semplicità compositiva (schema 1) con varianti costituite dallo sfalsamento di un’unità rispetto all’altra (come nell’intervento a Terrasenne, schema 3). Non mancano tuttavia associazioni più complesse dello schema ad L che prevedono anche tre lati di contatto con le unità vicine, formando a volte delle corti chiuse (East Lothian, schema 4) o giustapponendo specularmente due unità con le corti a contatto (Het-Hool, Bishop Field, schemi 2 e 5).

1. da G.Strappa, La casa di abitazione, in P.Carbonara, Architettura pratica, primo volume di aggiornamento, Torino 1989.

Luigi Piccinato, Casa coloniale a corte, 1933

Enrico Del Debbio, Casa Brizzi Simen, 1939-41