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Attualita’ della proposta di M.R.G. Conzen

Attualita’ della proposta di M.R.G. Conzen

Giancarlo Cataldi, Gian Luigi Maffei,  Marco Maretto, Nicola Marzot, Giuseppe Strappa

Presentazione del libro L’analisi della forma urbana (Franco Angeli, Milano, 2012) edizione italiana del libro di M.R.G. Conzen, Alnwick, Nurthumberland. A study in Town Plan Analysis Institute of British Geographers, London 1960

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’edizione italiana dello studio su Alnwyck riveste, a nostro avviso, un significato che va oltre la documentazione dell’analisi esemplare di una piccola città inglese ai confini con la Scozia, per acquistare un senso più generale.

Con la fondazione dell’Isuf (International Seminar on Urban Form), nel 1994, gli studiosi italiani di morfologia urbana hanno scoperto il patrimonio di conoscenze della scuola geografica inglese che fa capo a M.R.G. Conzen, illustre geografo di origine tedesca autore dello studio che qui presentiamo, e dei suoi continuatori, J.W.R.Whitehand, T.R. Slater, P. Larkham, K.Kropf, oltre al figlio Michael Conzen.

Non solo ne veniva riconosciuta l’affinità con molte delle proposte sviluppate dalla scuola italiana, sulla scia dell’insegnamento di Saverio Muratori, ma, soprattutto, se ne costatava la reciproca complementarità ponendo finalmente le basi concrete, dopo tanto parlare di rapporti interdisciplinari, di un lavoro comune attraverso il quale geografi e architetti potessero condividere, all’interno di uno stesso terreno di studi, metodi di ricerca e, ci si consenta il termine, “vocazioni” comuni. Perché, questo è il punto, il lavoro di M.R.G. Conzen dimostra una spiccata propensione a interpretare la città e il territorio come sintesi vitale di un flusso di esperienze storicamente individuate. M.R.G. Conzen ha compreso in modo operante, in altre parole, quello che per noi costituisce la sostanza stessa dell’architettura: che ogni forma (del territorio, della città, degli edifici) è il risultato di un processo, della progressiva associazione organica di parti, e che ha senso scomporla e indagarne le componenti solo se si tiene conto della sua sostanziale unità e indivisibilità. Possedeva, dunque, una nozione di organismo urbano e territoriale che, mai espressa attraverso esplicite definizioni, ha operato come un sostrato profondo nel dare coerenza “architettonica” alla struttura teorica della propria indagine.

Questo dato costituisce uno dei grandi motivi d’interesse dello studio su Alnwick, ma anche, riteniamo, la ragione dell’attualità della proposta di M.R.G. Conzen: lo sforzo di comprendere la forma delle cose non per quello che sono, ma nel loro divenire storico permette, infatti, di leggere anche le condizioni di lacerazione della forma del territorio contemporaneo come stato di transizione, momento provvisorio di una trasformazione continua il cui carattere è, in questo, non troppo diverso da quello città medievale in perenne cambiamento, ed è informe solo per chi non sappia leggerne la latente aspirazione alla composizione e all’unità. E’ proprio questa aspirazione a riunire il molteplice, più che l’unità in se, a dare forma alle cose e senso al progetto.

In questo senso la lettura di Alnwick è l’individuazione di una teoria: la storia perfetta di un piccolo borgo narrata nelle sue fasi formative fino alla condizione contemporanea. Fasi ricondotte a provvisorie unità da un singolare “epos geografico” che individua, rende cioè unici e irripetibili, comportamenti generali che la lettura riconosce come patrimonio comune di molti altri insediamenti e territori dove la forma del suolo e il lavoro dell’uomo stabiliscono una solidarietà riconoscibile come “tipica”.

E’ di natura architettonica, inoltre, una delle principali innovazioni nella lettura del territorio introdotte da M.R.G. Conzen, quella di fringe belt, che ha a che fare direttamente non solo con la documentazione che il cartografo riporta attraverso convenzioni, ma con la lettura critica, che coincide con il progetto delle trasformazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di una nozione complessa, cui è impossibile associare un termine italiano, tant’è che nella traduzione abbiamo dovuto impiegare una perifrasi ma capace di fertili traslazioni dall’ambito strettamente geografico a quello progettuale, contribuendo a cogliere, oggi, alcuni caratteri fondanti dell’instabile metropoli contemporanea. In realtà le idee affini di “perimetro” e “confine” sono state da qualche tempo alla base della lettura di qualsiasi forma del costruito, in particolare nel campo degli studi urbani condotti da architetti, mettendo in luce, tra l’altro, la storica contrapposizione tra città e campagna e il suo disgregarsi nel magma dello Spratly urbano. Eppure esse sono capaci di cogliere solo uno degli infiniti stati di transizione, semplificando le letture ma anche riducendone il significato. Propongono, in altre parole, uno sviluppo discreto di un processo in realtà continuo e che procede, nondimeno, per fasi di accelerato sviluppo seguite da altre di rilevante stasi. La nozione di fringe belt coglie invece le trasformazioni intermittenti del perimetro nel loro fluire: non solo come confine, ma come premessa di una nuova struttura dapprima fluttuante e incerta (liquida, si direbbe oggi) che si consolida, viene demarcata e diventa più stabile nel tempo. Compresa a fondo, l’innovazione terminologica e metodologica conzeniana permette di interpretare la frammentazione delle periferie urbane non semplicemente come caotiche, e per questo indecifrabili, lacerazioni, ma nel loro significato autentico di strutture in formazione, delle quali vanno riconosciuti caratteri evidenti e potenziali.

Questa innovazione, rivolta alla realtà dei fenomeni in atto, sembra oggi tanto più attuale, quanto più le analisi urbane si vanno distaccando dallo sviluppo dei fenomeni concreti.

E’ in questo senso che l’edizione italiana dello studio su Alnwick ha il significato, come si diceva, di una proposta alternativa: individua un fronte comune contro la deriva astraente di molte delle riflessioni contemporanee sull’architettura alle diverse scale del territorio, della città, degli edifici. Ci confrontiamo oggi, infatti, con una crisi dai caratteri ignoti nelle grandi fasi di transizione del passato, dove la lettura indiretta e mediatica del mondo costruito va sostituendo la conoscenza diretta della realtà, svincolando la forma progettata dalle relazioni organiche che dovrebbero tenerla unita agli altri aspetti dell’uso del territorio. Smarrendo, in fondo, le basi che permettono di leggerne la reale complessità e di cogliere l’istanza a quel vicendevole rapporto di necessità tra le parti che il grande flusso delle modificazioni del paesaggio costruito, forse più che nel passato, oggi ci pone.  Senza la nozione di organismo urbano, senza la forma data da un confine pur mutevole e strutturante, la lettura di una condizione in rapida trasformazione, gli spazi dei margini irrisolti della città contemporanea acquistano il significato, suggestivo quanto inutilizzabile, di grandi schegge in conflitto tra loro. Lo spazio delle nostre periferie finisce così col ricadere nel grande mare del pittoresco metropolitano, dei territori “ibridi e vaghi”: la città reale come combinazione fortuita, uno dei tanti casi del possibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si vedano, per convincersene, le interpretazioni della città contemporanea (da Virilio a Koolhaas) che hanno conquistato intere generazioni di architetti, dove la metropoli diviene un luogo della mente che racchiude personali rappresentazioni delle trasformazioni in corso, livelli sovrapposti di “architetture eventuali”, layers di realtà possibili e discontinue, secondo una cultura disciplinare che organizza, di fatto, il consenso alla crescita della metropoli contemporanea per addizioni ininterrotte e seriali.  E’ evidente, se solo si alza lo sguardo al di sopra delle contingenze, come la funzione dell’architettura sia ancora quella dell’arte borghese, ancora quella tafuriana di “allontanare l’angoscia introiettandone le cause” che racchiude, anche, l’ambizione di progettare la casualità del molteplice letto nei suoi frammenti separati: l’evocazione della complessità contro la sua soluzione. Scomparsa la pertinenza con la propria fase storica e con la propria area culturale (tolte dal loro tumultuoso contesto economico e antropico) le forme si trasformano in oggetti di evocazione. Una tecnica di seduzione, dove le contraddizioni sembrano di volta in volta, illusoriamente e paradossalmente, sciogliersi nell’eccesso dello spettacolo.

Non è, dunque, un caso che lo studio su Alnwick, e la proposta di metodo che contiene, siano proposti al lettore italiano proprio oggi, quando la produzione neoromantica dello star system internazionale pone quesiti sul ruolo stesso dell’architetto, sulla sua funzione anestetizzante di mediazione culturale e politica.

Comprendere il testo di M.R.G. Conzen significa scoprire (o confermare) una via d’uscita: leggere il territorio e la città contemporanei non come semplice, apparentemente neutrale constatazione di come essi ci appaiono, ma come processo operante e conflittuale, che permette di interpretare, scegliere, disegnare in continuità col grande flusso di trasformazione del costruito e della sua storia.

 

 

 

LA NOZIONE CANIGGIANA DI ORGANISMO E L’EREDITA’ DELLA SCUOLA DI ARCHITETTURA DI ROMA

di Giuseppe Strappa

in “Gianfranco Caniggia architetto” a cura di G.L.Maffei, Firenze 2003  

 

 

 

 

 

 

 

 

1. LA CRITICA AL MODERNO INTERNAZIONALE

Non c’è dubbio che la collocazione storica della figura di Gianfranco Caniggia, dello studioso, del progettista, possa essere compresa solo nell’ambito di una sostanziale continuità con i portati della propria area culturale di formazione, rispetto alla quale tanto le figure dei “sopravvissuti” che avevano contribuito alla nascita della Scuola di Architettura di Roma tra le due guerre (Fasolo, Foschini, Piacentini), quanto la figura di Saverio Muratori, costituiscono il volano di trasmissione di un’eredità ampiamente dilapidata dall’architettura italiana del secondo dopoguerra.
Il tema del ruolo fondamentale svolto da Saverio Muratori nella formazione del pensiero caniggiano è ampiamente svolto in altra parte di questa pubblicazione.
Si vuole invece qui sviluppare alcune considerazioni, già in parte anticipate nel convegno di Cernobbio del luglio 2002 , sull’eredità che Caniggia ha raccolto di sperimentazioni didattiche operate dalla Scuola di Architettura romana tra le due guerre basate su una nuova centralità della storia nella lettura e nel progetto della realtà costruita, e sul lavoro di “restituzione” delle architetture del passato come premessa all’impiego della “riprogettazione”, ricostruzione, operata con gli strumenti del progettista, dei processi formativi della realtà edilizia attraverso la quale si trasmette concretamente la nozione di organismo come “correlazione integrata, autosufficiente di nozioni complementari tese ad un fine unitario”.
Molto si è scritto, soprattutto nel dopoguerra, ma anche in tempi recenti, sulle posizioni sostanzialmente conservatrici della Scuola di Architettura romana delle origini, ritenuta genericamente “accademica” nell’accezione di ossequio pedante alle forme ed alle norme progettuali tradizionali: una didattica straniata rispetto alle istanze dei tempi in rapida evoluzione e una progettazione contraria allo spirito della modernità che, con un equivoco storiografico strisciante e durevole, viene identificata con l’avanguardia.
In realtà Giovannoni, Fasolo, Milani, e dopo di loro Muratori e Caniggia, che ne riprendono in modo innovativo l’insegnamento, sono perfettamente coscienti delle condizioni indotte dalla modernità e tuttavia, come tutti gli spiriti classici, essi leggono l’avanguardia come perdita delle regole e frammentazione della sostanziale unità del sapere riconoscendo, lucidamente, alla condizione moderna caratteri ben più problematici. Frammentazione che, in architettura, coincide con l’irrazionale distruzione di valori consolidati, con l’intellettualistica, e quindi astratta, sperimentazione ignara di ogni norma.
Essi conoscono bene i presupposti in cui si svolge la crisi della vicenda moderna, come non sia ripetibile l’arcaica unità delle cose che aveva permesso lo svolgersi in continuità storica delle esperienze civili, i cicli di costruzione e decadenza delle forme. E sanno che il mondo ha bisogno di nuove risposte a nuovi, complessi  problemi. Ma non condividono, e questo li differenzia dai pionieri del movimento moderno e dai loro epigoni, l’accettazione della crisi e l’adeguamento fideistico ai nuovi miti, la presa d’atto dell’irreversibilità della disgregazione di ogni lingua condivisa, di ogni autentico linguaggio. E poi di ogni stile. Nel solco dei grandi riformatori, tuttavia, essi non si arrendono all’apparente evidenza delle cose leggendo la realtà edilizia non per come essa semplicemente si mostra (cosa, del resto, comune a ogni settore della conoscenza) ma secondo una propria etica progettuale, finendo per far convergere la lettura con un’ipotesi di trasformazione che da senso al reale, unificando nel “pensiero che si fa architettura” la coscienza dei molti fenomeni che l’evidenza dei documenti sembra mostrare come frammenti dispersi.
Le intuizioni di Giovannoni, le grandi visioni territoriali di Muratori, le interpretazioni delle trasformazioni organiche dell’edilizia di base in specialistica di Caniggia, sono letture che non solo sottintendono il progetto: sotto molti aspetti sono esse stesse progetto.
Nel pensiero caniggiano la lettura della vicenda moderna (delle condizioni di crisi derivate dallo smarrimento di fronte ai ripetuti ed estesi scambi areali, all’internazionalizzazione degli strumenti critici del progetto, alla generalizzata serializzazione delle forme, all’insorgenza  di nuovi modi di produzione) si ricollega ad una corrente di pensiero  che nasce dalla critica a quelle contraddizioni che hanno origine nella radicale scissione tra leggibilità e costruzione generata dalla  perdita dell’idea sintetica ed unitaria di organismo. Rottura nella quale, dall’inizio del secolo, riconoscono la formazione dei diversi filoni del moderno internazionale.
Giovannoni pone il problema già negli anni ’30, comprendendo con chiarezza come l’architettura moderna non possa essere ricondotta ad un unico corpus di teorie e strumenti di progetto, individuato in forma sintetica attraverso una supposta lingua comune. Contro la pubblicistica militante che tende ad avallare un’idea unitaria del movimento moderno, Giovannoni sostiene l’esistenza di molte, contraddittorie forme della modernità, individuando nel tema della discordia tra componente tecnico analitica e artistico intuitiva, e nel suo diretto portato individuato dal disorganico  rapporto tra struttura (intesa anche nella sua accezione di sistema statico-costruttivo) e forma architettonica, il centro intorno al quale ruotavano principi progettuali tra loro opposti: il processo di parallela trasformazione dei principi della tecnica e dell’estetica, che aveva consentito continui scambi tra discipline complementari, si interrompe nel XIX secolo, quando nella diade costruzione-forma si spezza il filo della continuità stilistica e i due termini “sembrano appartenere ad un organismo che abbia perduto il suo equilibrio fisiologico” .
Giovannoni legge nella separazione tra “immaginazione” architettonica e costruzione operata dall’eclettismo e, in misura esasperata, dal modernismo di inizio secolo, l’origine  di quella decadenza del principio di verità che ha sempre costituito, nel corso della storia, una delle regole etiche che l’architetto è chiamato a rispettare, come dimostra lo svolgimento moderno della stessa architettura romana dove hanno avuto scarso seguito correnti innovative quali il liberty che proponevano un rapporto tra leggibilità e caratteri dell’organismo tanto indiretto da lasciare lo studio delle facciate ad altre discipline ( le arti visive, il disegno industriale). Principio di verità, si noti, che Giovannoni non riduce a semplice rapporto di causa-effetto tra soluzioni statico-costruttive ed esiti plastico-spaziali, introducendo quella nozione di relazione implicita, non meccanica, che media forma e costruzione, che Caniggia svilupperà con grande chiarezza nell’esposizione delle forme di leggibilità “diretta e indiretta” dell’organismo architettonico soprattutto nel secondo dei due volumi dedicati al progetto dell’edilizia di base . Contro le semplificazioni delle correnti positiviste, Giovannoni fornisce una definizione implicita delle nozioni di leggibilità che sembra, infatti, preludere alle riflessioni caniggiane. stabilendo il principio che il fondamento che deve reggere la composizione architettonica non deve avere una “materiale base costruttiva” poiché le regole della costruzione forniscono preziosi mezzi d’espressione nei casi semplici, e tuttavia risultano insufficienti nelle applicazioni di maggiore impegno: il carattere costruttivo deve porsi quale componente o “sentimento generale di composizione” nella formazione del carattere generale dell’edificio, evitando soluzioni che ne mostrino il corpo nudo, addirittura traendo fuori e mettendo “in vista lo scheletro.”
E proprio attraverso riflessioni sulla forma, ammettendo come, in alcuni filoni di ricerca, la leggibilità indiretta abbia prevalso sulla leggibilità diretta dell’organismo costruttivo, Giovannoni individua la scissione dell’unità originale del progetto in diversi, specializzati aspetti del pensiero moderno sull’architettura.
La linea di pensiero positivista è individuata nella sequenza che ha origine nelle affermazioni dello Schopenhauer di Die Welt als Wille und Vorstellung sulla lotta tra peso e rigidità  nell’architettura e si sviluppa con le teorie costruttiviste  di Viollet le Duc esposte in Entretiens sur l’Architecture, con le affermazioni di Pugin (ritenute anticipatrici, peraltro, di un’ interpretazione funzionalista dell’architettura), per terminare con l’insorgenza dei quesiti posti da nuove sperimentazioni edilizie e da nuovi materiali  ai quali i teorici del  movimento moderno, segnatamente il Le Corbusier di Vers une Architecture nouvelle, danno una risposta in termini di estetica della macchina e produzione industriale.
Accanto a questa linea di pensiero, e in diretta opposizione al suo apparente pragmatismo produttivista, Giovannoni individua un secondo filone di teorie che privilegiano regole estetiche (dimensionali, geometriche, cromatiche) legate in realtà più alla fisiologia che alla ragione, preteso principio di progettazione. Linea di pensiero che ha le sue radici nei teorici dell’antichità, che sembra trovare nell’arte astratta nuove giustificazioni e che in realtà convive con l’accezione positivista dell’opera dell’architetto senza che alcun critico contemporaneo ne riveli le contraddizioni. Sebbene, inspiegabilmente, Giovannoni, che pure aveva individuato nella teoria delle proporzioni di August Tiersch l’anello di congiunzione fra trattatistica antica e progetto moderno, non esemplifichi nella pratica architettonica i risultati di questa diversa componente della modernità, è evidente l’allusione ad opere quali la lecorbusieriana Villa Stein dove il tracciato regolatore compare, libero da ogni ragione strutturante, quale esorcismo contro l’arbitrarietà della composizione della facciata denunciando la sua nascosta derivazione, attraverso Muthesius, dalla tradizione del pittoresco anglosassone.
L’inizio di una interpretazione moderna del filone espressionista, contrapposto all’estetica “formale ed oggettiva” basata su regole geometriche, terzo gruppo di teorie anch’esso latente nella trattatistica antica e rinascimentale, viene colto da Giovannoni soprattutto negli studi sull’uso della psicologia nell’interpretazione dell’opera artistica di Wölfflin, mentre un quarto gruppo di teorie è riconosciuto nell’opera di quanti fanno derivare le forme architettoniche dall’ambiente, inteso tanto come contesto storico quanto come carattere del luogo, ponendo con chiarezza il problema, che percorrerà l’intera seconda metà del XX secolo, con particolare evidenza negli anni ’70 e ’80, del rapporto ai  riferimenti areali, spesso semplificati nella diade internazionalismo-localismo.
E’ evidente il rapporto tra questa interpretazione dell’architettura moderna come lacerazione di una originale, organica totalità condivisa e l’interpretazione muratoriana della vicenda moderna, così come è sta esposta proprio nel periodo che coincide con la prima fase di elaborazione critica del pensiero caniggiano, nei primi scritti del dopoguerra e nelle lezioni impartite presso la Facoltà di Architettura di Roma alla fine degli anni ’50, raccolte e pubblicate da G. Cataldi e G. Marinucci nel 1990 .
Ma Giovannoni ammette anche, al contempo, come le innovazioni teoriche che hanno caratterizzato il movimento moderno, benché disattese dagli esiti, abbiano costituito il tentativo di superare la deriva eclettica di fine Ottocento tentando di ricostruire una forma di nuova pienezza del progetto.
Antinomia tra teorie del moderno e prassi costruttiva che Giovannoni riconosce, tra l’altro, nei manifesti dell’architettura razionale: il suo non è, infatti, il rifiuto tout court del razionalismo “che segue il principio del necessario e del sufficiente”, ma del razionalismo “irragionevole” che finisce per scindere i problemi del progetto in “esagerazione” costruttiva da una parte, e funzionale dall’altra: le facciate “piallate” finiscono per aderire agli stessi principi di arbitrio formale dell’eclettismo, mettendo, tuttavia, nel conto dell’unità progettuale quel residuo di componente  spontanea che permette di parlare di arte come “intuizione aprioristica” o “forma aurorale della conoscenza” .
Dietro i più recenti  sviluppi del razionalismo finisce per nascondersi, dunque, la stessa frammentazione delle altre correnti del moderno: il principio di verità, esaltato nella tecnica, si rivela in realtà contraddetto dalla mancanza di un ordine generale condiviso, di una disciplina che liberi il progetto dalla mutevolezza delle mode, dall’invenzione estemporanea.
Il pensiero muratoriano, fin dalle prime sintesi degli anni ’40, sembra ampiamente riprendere e sviluppare alcuni dei temi posti da Giovannoni, non solo sostanzialmente riconoscendo le stesse lacerazioni nella vicenda moderna e includendo il modernismo tra gli eclettismi (estetismi ambientali) che hanno perso l’ordine che regola la formazione unitaria degli organismi architettonici, ma riconsiderando, più in generale, lla frammentazione della lingua che precede la prima guerra mondiale come origine della crisi del linguaggio moderno. Fase che, nonostante mostri moderazione rispetto agli eccessi dell’eclettismo ottocentesco, è un passaggio equivoco della storia dell’architettura: non credendo nell’unità del linguaggio, finisce per essere anch’esso un periodo “antistilistico” .
Contrariamente a quanto vorrebbe una storiografia superficiale e disinformata che separa dicotomicamente accademici e innovatori, quella di Giovannoni è una critica all’internazionalismo moderno, dunque, perfettamente aggiornata e fertile di conseguenze, inserita con piena coscienza nel quadro del contemporaneo dibattito. Non si tratta, in altri termini, “da un lato di persone ignare del quadro culturale europeo, – come osserva Caniggia – e dall’altro di persone informate e partecipi. Semmai si può constatare che l’apparente autonomia dei primi nei riguardi degli sviluppi diatopici dell’architettura sia il portato intenzionale della loro attenzione ad una relativa autoctonia di esperienze, del loro continuo riferirsi alla partecipazione al “luogo” obbligante ad una continua scelta critica che porta all’esclusione di modi e di comportamenti ritenuti incongrui al luogo stesso; preferendo piuttosto, dell’esperienza esterna, assumere le valenze dichiaratamente non oppositive al costruito romano” .
In continuità con questo il filone critico sviluppato tra le due guerre, anche Caniggia accetta la sostanziale necessità storica del movimento moderno, ammettendo soprattutto come questi abbia tentato di superare, pur nella contraddizione delle specializzazioni cui si è fatto cenno, lo scollamento della forma leggibile di edifici ed aggregati  dai relativi tipi edilizi e tessuti  di pertinenza: soprattutto nell’edilizia di base, l’imitazione della leggibilità derivata dall’edilizia specialistica di matrice ottocentesca viene, in alcuni casi con successo, superata dal tentativo di una parte dell’architettura moderna di ritorno al rapporto comprensibile tra costruzione (orientamento dei corpi di fabbrica, tessitura dei solai, disposizione delle pareti portanti) e leggibilità esterna (gerarchizzazione delle aperture, espressione nell’involucro delle unità abitative).
Secondo un’intuizione critica già latente nel pensiero di Giovannoni, l’accusa al movimento moderno è rivolta soprattutto al non aver tenuto conto dei processi formativi, e quindi ai suoi contenuti estetizzanti ed individualistici. I quali processi, tuttavia, continuano ad operare anche nell’architettura più divulgata della modernità, in una sorta di residuo o inerzia areale che anche la più spinta intenzionalità non riesce ad eliminare del tutto. Come nel caso delle case a schiera di Oud a Kiefhoek, dove il ruolo non portante della parete di facciata è dichiarato con evidenza e l’apertura a nastro sembra derivare dalle radici della lingua locale, dalle matrici elastico-lignee dell’area olandese, nonostante la soluzione oppositiva della copertura piana, o nel caso dell’isolato di Fisker a Copenhagen dove la serialità ossessiva delle bucature indifferenti alla dimensione dei vani sottesi è fatta derivare dalla costruzione a traliccio ligneo e finestratura continua, sebbene risulti oppositiva alla tradizione locale la soluzione d’angolo rigirante, più pertinente ad aree di tradizione muraria.

 

 

 

 

 

 

 

 

2. L’AGGIORNAMENTO DELLA NOZIONE DI ORGANISMO

La misura di quanto il filone di pensiero che dalla Scuola romana formatasi tra le due guerre conduce a Caniggia sia stato innovativo nel contesto del dibattito, non solo italiano, sugli strumenti del progetto di architettura, è data dal raffronto con le condizioni al contorno. Se rapportato alla contemporanea interpretazione che le contemporanee scuole europee hanno fornito di discipline come Storia dell’architettura o Restauro, ad esempio, non si può non rilevare l’importanza del grande, originale sforzo di sintesi compiuto dalla Scuola romana per il loro rinnovamento attraverso l’esercizio della “restituzione” dei monumenti, non solo come parte costituente della cultura dell’architetto, ma come metodo per estrarre dall’ insieme dei testi trasmessi dalla storia le regole della lingua.
Eredità che Caniggia ha sviluppato, innovato e sistematizzato a tal punto, introducendo il problema della comprensione non solo della lingua colta dei monumenti, ma anche del “parlato” dell’edilizia di base, da fondare quasi una nuova disciplina il cui valore apparirà tanto maggiore quanto più si terrà conto del clima culturale nel quale sono state compiute le sue sperimentazioni didattiche e progettuali, contrassegnato, tranne rare, pur rilevanti eccezioni, da confuse reinterpretazioni del passato inteso come repertorio morfologico da saccheggiare o da esauste rivisitazioni dei principi del movimento moderno .
Per comprendere quali siano le radici di questa disciplina occorre considerare il ruolo fondante che l’insegnamento della storia, come si diceva, aveva acquistato nella Scuola romana di anteguerra, continuamente aggiornato attraverso l’insegnamento di Gustavo Giovannoni prima, e di Vincenzo Fasolo poi. In realtà questo insegnamento era impartito non solo attraverso i corsi istituzionali di Storia dell’Architettura, ma per mezzo di un vero “organismo didattico” al quale collaboravano, in stretto rapporto di necessità e comunanza di fini, corsi come Caratteri Stilistici e Costruttivi dei Monumenti, impartito per moltissimi anni da Guglielmo De Angelis D’Ossat a partire dal ’37 in sostanziale identità di vedute con Gustavo Giovannoni  e nella convinzione che l’intervento di restauro possieda, come tutte le operazioni di architettura, una non eliminabile sostanza critica e, in definitiva, progettuale. Organismo didattico al quale forniva un contributo fondamentale l’insegnamento di Restauro dei Monumenti, impartito, nel primo anno di vita della Regia Scuola di Architettura di via Ripetta nel 1920-21, prima che questa divenisse facoltà universitaria, da Sebastiano Locati, didatta che ebbe un ruolo breve ma significativo, di collegamento con le ricerche lombarde e gli antecedenti del Boito di cui era stato allievo. Formatosi presso l’Accademia di Brera e poi presso il Politecnico di Milano, conoscitore dei caratteri organici dei monumenti romani attraverso il rilievo diretto delle fabbriche, Locati proponeva un restauro basato su regole deducibili, secondo un criterio analogico, dal raffronto stilistico tra opere sincroniche: un restauro che la propria formazione, allo stesso tempo tecnica e artistica, permetteva di considerare come sintesi di tutte le discipline di architettura, secondo un’interpretazione del ruolo del progettista vicina a quella giovannoniana. Insegnamento poi rilevato dallo stesso Giovannoni, che lo manterrà, per vent’anni, fino alla conclusione del suo ruolo di docente nel 1943, a testimonianza del compito fondante che la disciplina era chiamata a svolgere nel più generale contesto del progetto didattico della Scuola romana.
Per Giovannoni la “restituzione” didattica dell’ originale organicità dell’opera, condotta attraverso la lettura di trasformazioni tipiche, costituiva, infatti, uno strumento finalizzato non solo al restauro ma, più in generale, alla comprensione dei processi formativi degli organismi architettonici. Non a caso, di fronte al problema del restauro di un’opera di architettura, Giovannoni proponeva, prendendo le distanze dalle ricostruzioni alla Viollet le Duc e con un’affermazione di principio sorprendente eppure perfettamente coerente con le premesse teoriche, che la restituzione dell’opera completata dal restauro (si noti, anche qui, l’affinità con le riflessioni caniggiane) potesse anche non essere mai realmente esistita.
E’ chiaro, dunque, come il restauro non venisse semplicemente inteso come studio e tutela del documento nei suoi aspetti storici ed artistici, ma come operazione squisitamente progettuale la quale, come ogni progetto, è modificazione critica della realtà costruita e, insieme, risarcimento delle qualità dell’organismo inteso, caniggianemente, come tipo individuato.
Giovannoni si rendeva conto, in realtà, della specificità del metodo di indagine impiegato dall’architetto nei confronti di altre discipline e di come gli architetti, “quando applicano all’architettura i metodi adatti per le altre arti, in cui la tecnica è semplice ed è subordinata al pensiero artistico, divengono anch’essi dilettanti e spesso anche dilettanti presuntuosi.”  In questo quadro la storia non poteva essere considerata strumento di conoscenza avente fini autonomi, ma finiva per costituire la concreta premessa a quella “storia operante” che verrà proposta con forza dalla scuola muratoriana nel dopoguerra le cui potenzialità, soprattutto nel campo del  recupero, conservazione e tutela dei tessuti storici, la cultura del  restauro, come ha osservato coraggiosamente Gaetano Miarelli Mariani, “non ha saputo o voluto comprendere e tanto meno mettere a frutto.”
Anche le discipline del disegno dovevano assumere, infine, una funzione vitale nell’insegnamento della storia dell’architettura della Facoltà di Roma . Proprio il disegno, infatti, diviene non solo strumento di comunicazione e trasmissione grafica, come nelle scuole di applicazioni per ingegneri, ma soprattutto mezzo di indagine e conoscenza, costituendo il legante tra il ruolo della storia e quello della progettazione .
Ne risultava che, secondo una tesi sviluppata da tempo da Giovannoni, il metodo di indagine dell’opera architettonica doveva essere “integralistico”, cioè esaminare i fenomeni che concorrono alla formazione dell’organismo unitariamente, sotto i diversi aspetti “costruttivi ed estetici, di pratiche esigenze spaziali e finanziarie e di espressioni nella rappresentazione esterna, di rapporto con la civiltà e le condizioni sociali” .
Il problema  dell’unità dell’insegnamento come premessa alla capacità di sintesi organica espressa dal progetto era stata già posto da Giovannoni nel 1907 con la proposta della figura dell’ “architetto integrale”  che avrebbe dovuto essere formata attraverso settori di studio coordinati, finalizzati ciascuno a fornire:  una “completa preparazione artistica”; una preparazione tecnica “paragonabile, pur essendo il campo  più ristretto, a quella degli ingegneri civili”; una formazione allo studio autonomo prodotta da una  cultura generale “che solo può essere data da una scuola superiore”; “una conoscenza ben basata della storia dell’Architettura e di quella dell’Arte” . Idea ripresa da Giovannoni in diverse occasioni con la proposta della figura dell'”architetto integrale”, giudicando che, tra quanti propongono che “l’architettura non è che uno dei rami della scienza del costruire” e quanti sostengono che “l’architettura è sempre e soprattutto un’Arte con l’A maiuscola e non può essere compressa da troppe altre nozioni”  la figura dell’architetto deve essere quella del tecnico artista che ha acquisito qualità specifiche non attraverso “nozioni indipendenti, messe insieme alla meglio, ma come manifestazioni di un unico pensiero, di un’unica energia” .
In realtà le origini stesse, anche quelle remote, della Regia Scuola di Architettura di Roma, indicavano la strada della sintesi organica tra discipline a partire dalla proposta avanzata dalla Commissione dell’Associazione Artistica tra i cultori di Architettura, cui partecipano, tra gli altri, Giovannoni, Magni, Milani, la quale prevedeva un insegnamento nel quale dovevano convergere unitariamente quattro gruppi di discipline: il primo a carattere progettuale basato sulla composizione architettonica, il secondo, basato su materie direttamente mutuate dalle accademie, incentrato sul disegno e la decorazione, il terzo a carattere scientifico mutuato dagli insegnamenti dei politecnici, il quarto ad indirizzo storico comprendente anche il restauro .
Origine e conseguenza del nuovo metodo didattico è la nozione stessa di organismo intorno al quale ruotano i corsi di Composizione. Nel, 1931, nel suo Corso di Architettura, Giovannoni scriveva che gli elementi di architettura si debbono comporre in “organismi che insieme possono dirsi costruttivi in quanto debbono avere una pratica realizzazione e una stabile consistenza, distributivi in quanto si compongono di numerosi spazi elementari tra loro connessi in ragione di una funzione ben determinata, estetici per il carattere di bellezza appropriata al tema ed all’ambiente che debbono assumere sia all’esterno che all’interno”.
Nozione di organismo posta alla base anche degli insegnamenti tecnici, come peraltro in alcune discipline della scuola di ingegneria. La figura di Giovan Battista Milani svolgeva, in questo senso, un ruolo rilevante nello studio della stabilità degli edifici. In realtà Milani, affrontando nel suo fondamentale L’ossatura muraria (Torino, 1920) il solo problema tecnico della progettazione, non solo avvertiva di come questa dovesse essere riferita ad una più generale regola di unitario rapporto di necessità tra le parti dell’edificio, ma riportava letture di organismi architettonici sia antichi che moderni, i quali costituivano i testi sui quali dovevano essere riconosciuti gli etimi e le regole della lingua contemporanea.
Nel dopoguerra Vincenzo Fasolo continuava l’insegnamento di Storia dell’architettura basato sulla nozione di organismo e finalizzato alla progettazione, senza, tuttavia, un sostanziale aggiornamento di metodo e, anzi, riconoscendo i debiti remoti nei confronti delle opere dei trattatisti del positivismo francese del XIX secolo ed in particolare dello Choisy e quelli, più prossimi, nei confronti di Gustavo Giovannoni e Giovan Battista Milani, del quale rileva la chiarezza nell’identificazione del rapporto tra struttura e forma. Ma Fasolo pone, anche, un nuovo accento sull’unità della lettura degli edifici, nella quale la concreta concezione strutturale non è semplicemente il modo di realizzare l’invenzione architettonica ma costituisce parte integrante dell'”espressione” come della soluzione del “problema utilitario”.  Lettura che non coincide con l’analisi della sola parte visibile dell’edificio ma che, secondo un’intuizione ripresa dalla scuola muratoriana, riguarda anche la parte non visibile: al punto che, poiché i principi antichi sono ancora validi per le nuove espressioni artistiche, ammonisce Fasolo, è bene far continuare perfino la decorazione nelle parti di edificio che restano nascoste, in modo da avere “la sensazione della loro esistenza anche dove non giunge il nostro sguardo”  .
Nella sua Guida metodica per lo studio della Storia dell’Architettura, rilevando le specificità del suo metodo d’insegnamento rispetto ad altri, egli chiarisce che la trattazione affronta gli argomenti “per le finalità che sono proprie al nostro insegnamento, in modo più esauriente per la parte ossaturale. Dobbiamo infatti renderci conto di come questi edifici sono stati costruiti, nei vari mezzi della costruzione, come sono state, cioè, realizzate le relative conquiste spaziali, come sono stati realizzati i rapporti di stabilità fra le parti degli edifici. In altri termini si tratta di analizzare “gli organismi” degli edifici.”
In un clima di profonda crisi delle discipline di progetto e del ruolo dell’architetto, le opere di architettura sono ancora, per Fasolo, manifestazioni del grado di civiltà raggiunta da un intorno civile in una determinata fase storica.  La lettura della storia che gli scritti di Fasolo restituiscono è, in realtà, fondamentalmente progettuale, così come sarà progetto la lettura che della realtà costruita fornirà Gianfranco Caniggia: lettura come sintesi dialettica tra intenzioni e capacità del soggetto, e attitudini dell’oggetto . La differenza tra i termini “restituzione” come rilettura attiva della lezione impartita dal monumento, che Caniggia scopriva nei corsi di Storia dell’architettura dei primi anni ’50 , e “riprogettazione” come ricostruzione del processo formativo degli edifici e dei tessuti edilizi, è dovuta fondamentalmente al nuovo accento posto sull’aspetto critico della lettura della realtà costruita.
Alcune delle considerazioni proposte negli anni ’50 da Fasolo relative alla collaborazione, insieme, statica e spaziale delle componenti che collaborano alla formazione degli organismi architettonici, peraltro in parte anticipate dalle precedenti sistemazioni  della materia operate da Milani, sembrano costituire le remote premesse alle riflessioni operate dalle scuole muratoriana e caniggiana: si veda ad esempio la sistemazione della materia proposta da G. Cataldi alla fine degli anni ’70 .
Fasolo distingue, dandone un’interpretazione evoluzionistica, due grandi categorie di sistemi statico-costruttivi cui corrispondono altrettanti sistemi spaziali: sistemi lavoranti per gravità, non spingenti, su sostegno continuo o discontinuo (i sistemi architravati, pertinenti soprattutto alle antiche civiltà della Grecia, Egitto, Persia ) dei quali viene implicitamente individuato il carattere di ripetibilità e serialità; sistemi lavoranti per azioni verticali e orizzontali, quindi spingenti, su sostegno continuo o discontinuo (le strutture voltate pertinenti soprattutto alle antiche civiltà della Mesopotamia, dell’Etruria, di Roma), costituiti da elementi differenziati in funzione del compito costruttivo assegnato, dei quali viene individuato il carattere di maggiore organicità, preludendo alla definizione di organicità fornita da Caniggia come “carattere di un’aggregazione fatta di elementi individuali per posizione e forma peculiari, quindi non ripetibili né intercambiabili, come pure carattere di ciascun elemento componente di essere collocabile in una sola posizione, in un solo ruolo in seno all’aggregazione, e di avere una sua forma ed una sua propria funzione, opponibile e complementare rispetto ai ruoli, posizioni, forme e funzioni degli altri elementi componenti. ”
E il sistema statico-costruttivo interviene, unitariamente alle altre componenti, anche nell’ordinare i diversi tipi di impianti spaziali: si veda ad esempio la distinzione operata da Fasolo tra organismi centrali a copertura pesante o elastica e organismi centrali coperti a cupola, dove la componente statico-costruttiva, prima ancora di costituire lo strumento per erigere l’edificio, viene unitariamente spiegata come componente di una lingua, come parte integrante del tipo individuato nel progetto, insieme all’impianto distributivo e spaziale, al cui carattere concorrono la natura dei materiali e la loro lavorazione.
Caniggia riprende peraltro, apertamente, la nota esposizione delle “nove righe” dell’ordine dorico proposte da Fasolo da cui deriva  un’interpretazione strutturale del codice classico, le nove righe (e le otto zone che sottendono) indicando l’origine della lingua colta trasmessa ai monumenti delle epoche successive dal parlato della costruzione spontanea.
Se è vero che la dimostrazione caniggiana del legame tra gli etimi profondi della lingua e le ragioni costruttive che hanno contribuito alla formazione di codici deve riconoscere probabilmente nell’eredità trasmessa da Fasolo, anche se spesso sotto la forma implicita dell’intuizione, più di un antecedente, va rilevato, anche per non avallare inesistenti derivazioni meccaniche, come non compaia nelle trattazioni di Fasolo e, più in generale, nelle letture storiche della Scuola romana, prima delle riflessioni caniggiane, la fondamentale analisi del rapporto organico (logico e processuale) tra tessuto ed edificio. La formazione del palazzo che Fasolo legge nelle successive trasformazioni, a partire dalla casa nobiliare, è ancora legata, ad esempio, all’interpretazione tradizionale della storiografia italiana della quale egli stesso aveva contribuito a fornire un’articolata versione nel secondo volume de Le forme architettoniche, redatto insieme a Giovan Battista Milani . E se  nella didattica caniggiana ricomparirà come basilare la lettura delle pareti sul cortile interno, già proposte da Fasolo come vera facciata principale dell’edificio, le individuazioni di Caniggia hanno, nondimeno, un significato radicalmente diverso e innovativo: nascono dal presupposto che il palazzo debba essere interpretato quale specializzazione del tessuto (“dal tessuto e nel tessuto”), come aggregato “ribaltato” nei suoi percorsi all’interno dell’edificio riproponendo tutti i caratteri delle gerarchizzazioni urbane, finendo così per spiegare la sostanziale continuità delle diverse scale del costruito e dimostrare, anche, dati della realtà edilizia che nelle esposizioni di Fasolo comparivano come semplici constatazioni.

3. LA RIPROGETTAZIONE

Pur privo della sistematicità che nel dopoguerra caratterizzerà l’insegnamento muratoriano e caniggiano, il metodo di comprendere la realtà edilizia attraverso la lettura ricostruttiva, attraverso l’analisi dei rapporti necessari alla formazione delle strutture collaboranti alla formazione dell’organismo, informa l’intera didattica della Scuola superiore di Architettura di Roma fin dalla fondazione e, segnatamente, l’insegnamento delle discipline che più direttamente ruotano intorno al corso di Storia dell’Architettura.
Nel dibattito che aveva seguito l’applicazione del decreto del 31 ottobre 1919 istituente la Regia Scuola superiore di Architettura, Vincenzo Fasolo si era spinto addirittura a proporre, riconsiderando i primi mesi di esperienza della nuova Scuola, che l’intera fase formativa dello studente fosse esclusivamente basata sulla lettura della realtà edilizia, soprattutto (ma non solo) nella  sua parte specialistica e monumentale: che i primi tre anni di insegnamento, in sostanza, fossero interamente dedicati allo studio della formazione e trasformazione degli organismi architettonici come luogo della sintesi di tutti gli insegnamenti della Scuola. I quali sarebbero divenuti vere e proprie strutture collaboranti all’organismo didattico generale, unificato dalla storia: allo studio della forma degli organismi dovevano infatti concorrere: le materie tecnico-scientifiche, alle quali veniva delegata l’analisi degli schemi statici dei diversi sistemi costruttivi; le materie di “cultura generale”, che avrebbero dovuto spiegare le cause remote delle trasformazioni collocandole in un quadro più generale di quello esclusivamente architettonico; quelle artistiche, che avrebbero dovuto far conoscere allo studente il senso degli apparati decorativi; quelle, infine, più propriamente compositive, che avrebbero dovuto essere impartite attraverso disegni di copia ed esercitazioni di “applicazione a temi concreti” che  non dovevano costituire ripetizione di repertori, ma  traduzione secondo un’ “ispirazione personale”. Premesse, tutte, secondo la proposta di Fasolo, alla progettazione moderna, argomento di studio degli ultimi due anni di corso, la quale doveva dunque risultare quale esito di un processo formativo del quale le discipline storiche erano chiamate a dimostrare la necessità. Non è difficile scorgere i questa proposta che, estremizzando polemicamente opinioni pure condivise, incontrerà sostanziale seguito, le radici della diade lettura-progetto che informerà i successivi sviluppi di una parte della didattica progettuale romana.
Non solo. E’ anche esplicita, nelle considerazioni che Fasolo porta a sostegno della sua proposta, la centralità della nozione di tipo: in realtà lo studio degli organismi del passato non serve tanto a conoscere nel modo tradizionale la storia dell’architettura quanto a prendere cognizione di come alcune forme degli edifici risultino storicamente “necessarie”,  siano limitate nel numero, e possano essere aggiornate per far fronte alle necessità della condizione moderna: “nell’architettura come nella vita – egli non a caso sostiene – l’invenzione ha un posto limitatissimo” .Nonostante l’estremismo aggressivo col quale Fasolo avanza la sua proposta, egli incontra solo la parziale opposizione dei colleghi e Arnaldo Foschini, titolare del corso di Composizione, solleva, in fondo, riserve di carattere pratico piuttosto che obiezioni di principio.
La peculiarità dell’insegnamento della Storia dell’Architettura impartito da Fasolo consisterà, in realtà, proprio nel tentativo di trasmettere allo studente l’osservazione degli organismi architettonici come risultato e unificazione di strutture collaboranti. Le sue lezioni si svolgevano ricostruendo graficamente e dettagliatamente gli elementi dell’edificio, legandoli poi secondo rapporti di necessità costruttiva e spaziale fino a rappresentare l’organismo intero, quasi che compito dell’insegnante fosse quello di progettare alla presenza degli studenti, aiutato in questo da una leggendaria capacità grafica, un nuovo organismo a partire dagli strumenti propri di una determinata fase civile.
Anche la ricostruzione dei caratteri dell’opera architettonica attraverso il rilievo diveniva, in questo quadro, lettura, ovvero ripercorrere il processo formativo del monumento con gli strumenti delle misurazioni e dei rapporti dimensionali, cui lo studio del tipo edilizio dava senso e contenuto e non a caso Giovannoni conclude il suo discorso inaugurale della nuova Scuola di Architettura con un’ elogio della funzione del rilievo quale strumento didattico finalizzato alla progettazione, per la quale, appunto “il principale sussidio sperimentale sarà quello del pratico rilievo dei monumenti locali, nobili od umili, per acquistare la precisa evidente comprensione del loro tipo, e del loro significato con l’anatomizzarli, rifacendo, per così dire, in senso inverso il cammino che percorsero l’architetto e gli artefici che ne composero l’organismo e ne modellarono gli elementi: a cominciare dalle piante e dalle disposizioni costruttive (che solo chi non comprende la concezione architettonica può dire superflue), per giungere ai progetti ed ai particolari decorativi del rivestimento.”
Ma la pratica della riprogettazione ha anche un’altra origine, remota e non necessariamente coincidente con quella degli studi storici:  deriva dalla quotidiana consuetudine, non solo professionale e didattica, con i monumenti romani e dal particolare indirizzo che la tradizione di studi e interventi sull’antico aveva dato alla disciplina di restauro, dove la “restituzione” (si pensi ai tanti antecedenti dei quali la figura di Piranesi esemplifica, amplificandoli, qualità e problemi),  costituiva il principale strumento didattico. Quando la prassi del progetto moderno vedeva la progressiva divaricazione tra le componenti tecnico-analitiche e artistico-intuitive, l’unità delle conoscenze necessarie alla formazione dell’architetto, lo studio dei monumenti diviene disciplina che, al di la delle finalità professionali, svolge il compito fondamentale di educare non solo alla visione unitaria del disegno delle diverse componenti dell’edificio, ma alla sintesi degli stessi processi formativi che presiedono alla composizione architettonica, individuati nella sostanziale continuità tra lettura e progetto: la lettura operata dall’architetto non è mai constatazione inerte, presa d’atto dei documenti della realtà costruita, ma è, ancora prima che volano della tradizione, già operazione progettuale che coinvolge la coscienza critica del soggetto, la sua capacità di scegliere e interpretare, secondo un metodo che percorrerà per intero la scuola di architettura romana fin quasi ai nostri giorni. Il monumento deve dunque essere interrogato nel suo divenire storico e compreso attraverso le fasi del suo formarsi concreto per mezzo del “saggio di ricostruzione”. Più in generale il  restauro viene inteso nella sua vasta ed originale accezione di atto critico, fondamentalmente progettuale, che restituisce l’opera compiuta, non l’insieme dei frammenti trasmessi dalla storia: studia in che modo l’elemento sia testimone di una struttura di relazioni che lo legava, in origine, ad altri elementi cui era unito da una regola necessaria. E questa struttura, come, ad un grado superiore, i sistemi e lo stesso organismo ereditato, non può che essere riconoscibile attraverso la comparazione con altre strutture e sistemi simili.
Questa moderna concezione del restauro dei monumenti  propizia, anche, il formarsi di una nuova articolazione della nozione di “tipo” in quanto insieme di leggi e regole, storicamente individuate, che determinano una relazione (tipica, appunto) tra elementi, strutture, sistemi che concorrono alla formazione dell’organismo architettonico.
La riprogettazione proposta nei corsi di Caniggia (a Genova, a Firenze, a Roma) è, sotto molti aspetti, erede, aggiornamento, estensione di grado di tutto questo: storia come ricostruzione di processi ancora in atto tanto alla scala dell’edificio quanto di quella dell’aggregato edilizio, restauro come riscoperta delle leggi costitutive della realtà costruita non solo (e non tanto) del monumento, ma soprattutto degli aggregati di edilizia di base, oltre che risarcimento dei danni provocati da una cultura oppositiva nei confronti dei caratteri ereditati della città e del territorio. Il restauro non è dunque solo conservazione del valore artistico e documentario della singola opera edilizia o dell’organismo aggregativo: è ripristino del loro valore di organismo, che presuppone un diverso modo di riguardare il rapporto tra “autentico”, “falso” e “integrazione”, fornendo legittimità alla ricostruzione di un testo, anche se non autentico, allo stesso modo di come si può leggere la riproduzione di un manoscritto, la quale non possiede certo il valore di documento dell’originale, ma ne mantiene, per intero, il valore letterario.
Non è inutile, in proposito, ricordare come Giovannoni avesse proposto, dove il monumento non fosse semplice rudere ma “organismo vivo e completo”, un’operazione di restauro “che ne restituisca l’armonia”, operazione “non solo opportuna, ma doverosa.”
La città storica diviene, quindi, il testo che custodisce l’origine della lingua, nel quale occorre riconoscere le leggi del parlato quotidiano: è soprattutto qui che si può rintracciare l'”architettura nascosta”, qui si possono cogliere quei sintomi del divenire processuale che potrebbero permettere, ancora oggi, una progettazione non oppositiva alla cultura edilizia ereditata .
Filtrate attraverso le fondamentali sperimentazioni dei corsi tenuti a Roma da Muratori fin dall’anno accademico 1961-62 sul tema della riprogettazione di tessuti (storici come Tor di Nona, ma anche contemporanei come Centocelle), le esperienze che Caniggia propone agli studenti tendono ad avvicinarsi “asintoticamente”, per approssimazioni successive, a quel processo reale del costruito che il processo critico conquista gradualmente attraverso la lettura.
Lettura che da origine, essa stessa, ad un metodo di progetto che, per essere direttamente derivato dalla realtà costruita, evita le secche ed i rischi dell’ideologia che hanno in larga parte contribuito al disastro delle teorie dell’architettura moderna.
Problema che Giovannoni si era in qualche modo già posto, seppure in termini schematici, riconoscendo come la teoria  finisca per avere ragioni ed esiti autonomi rispetto al progetto: “La teoria va per conto proprio, traccia le sue forme rigide, svolge la propria filosofia unilaterale tutta serrata nella sua armatura; la realtà segue una strada spesso quasi completamente indipendente da quella; ma senza che tale così netta differenza di pensiero e di procedimento sia accompagnata da uno screzio formale. Sembra anzi che un tacito accordo sia stabilito per consentire libertà d’azione agli artisti, con un elegante infingimento che fa accettare a questi umilmente gli alti principi che la teoria vuol porre a loro guida. L’arte, nel suo faticoso lavoro evolutivo ha bisogno di uno strato di foglie morte per nascondere e proteggere la germinazione nuova.”  Constatazione che investe il problema della lettura delle opere del passato, rispetto alle quali si continuano ad usare (giudizio posto alla base del rinnovamento critico muratoriano e caniggiano) gli strumenti della storia delle teorie artistiche, senza che vengano tenuti nel dovuto conto i loro caratteri di organismo  (le piante, le ragioni costruttive).
In realtà Giovannoni, a differenza di Caniggia che si muoveva sui presupposti di una sistematizzazione della materia già operata da Muratori, arriva alla nozione di organismo aggregativo per approssimazioni successive abbandonando progressivamente teorie generalizzanti. Se l’ iniziale teoria giovannoniana del diradamento proponeva un’idea astratta  di tessuto, essa nel tempo, tuttavia, subisce un’ evoluzione che tiene conto dei caratteri dell’ambiente circostante il monumento, del suo valore storico e artistico: le nuove gerarchizzazioni di spazi e percorsi che l’operazione di “sistemazione” comporta, se correttamente progettate, possono risultare in un aggiornamento  dell’aggregato urbano in funzione di nuove polarizzazioni. In altre parole, sebbene lontana dalla prassi caniggiana, rispetto alle contemporanee posizioni, anche del moderno nordeuropeo, che isola l’edificio storico, anche abitativo, nel proprio lotto di pertinenza, Giovannoni si avvicina progressivamente ad un’idea di aggregato edilizio come individuazione di una più generale legge tipica, cioè di un tessuto. Nozione della quale Giovannoni, affrontando il tema nuovissimo della “città cinematica”, intuisce i potenziali sviluppi alla scala urbana, in alternativa alla diffusa convinzione degli urbanisti moderni di poter dividere la città in parti monofunzionali e specializzate, di separare il principio dello zoning dall’idea di forma urbana legata al progetto edilizio: “Tracciare tronchi di strada senza sapere dove possano proseguire od istituire linee tranviarie o ferrovie metropolitane interne o di cintura – scriveva – senza tener conto della loro funzione edilizia rappresentano espressioni di un empirismo che si sostituisce ad una concezione razionale” .
Ma accanto alle affinità e derivazioni, va riconosciuto come, anche alla luce dei successivi studi su fonti e antecedenti, la parte della ricerca caniggiana che riguarda la formazione dei tessuti e le sue trasformazioni e specializzazioni, risulti di sorprendente originalità, avendo poco riscontro nelle scuole di architettura italiane. Le differenze di metodo con le parallele ricerche tipologiche italiane è stata ampiamente indagata. Alcune analogie sono state recentemente riscontrate, invece, con alcuni studi condotti da geografi che, negli stessi anni delle prime ricerche condotte da Caniggia, avvertono l’urgenza di un esteso rinnovamento degli strumenti di indagine sul territorio e cominciano ad indagare problemi di morfologia urbana. In Inghilterra il geografo M.R.G.Conzen, docente di Human Geogaphy presso la  Newcastle upon Tyne University di origine tedesca, sperimenta sulla cittadina di Alnwick un metodo di analisi della struttura urbana basato sul processo di partizione del suolo dei lotti (plots) e la loro aggregazione in isolati (blocks) relazionati da un sistema di percorsi (streets system). Conzen propone un metodo di lettura finalizzato alla restituzione di un processo formativo, che non risulta Caniggia abbia mai conosciuto , basato su alcune ipotesi generali del comportamento dei tessuti urbani di formazione medievale che presenta notevoli analogie con le riflessioni caniggiane sull’aggiornamento progressivo dei tipi edilizi e sulla contemporanea permanenza degli impianti e del tessuto . E tuttavia la ricerca di Caniggia si differenzia anche da questi studi per la sintesi operata tra le diverse scale, delle quali viene riconosciuta la sostanziale continuità, a partire dalla nozione di territorio, origine anche delle prime gerarchizzazioni dei percorsi urbani, fino a quella di organismo edilizio, origine della distinzione tra edilizia di base e specialistica, ma anche della loro unità, attraverso la “cellularità” dei tessuti e la continuità tipologica.

4. LA SINTESI ESTETICA E LA NUOVA NOZIONE DI STILE

Nel quadro che caratterizza l’indirizzo della Scuola di Architettura di Roma tra le due guerre il termine “espressione” sta ad indicare lo sforzo di sintesi dell’architetto verso l’unità della forma, “risultato finale della concezione architettonica”  in contrasto con le accezioni individualistiche dei progettisti contemporanei, ma anche in opposizione ai metodi di indagine correntemente impiegati nella storiografia d’architettura dell’epoca che, sotto l’influenza della critica estetizzante di Adolfo Venturi, tendevano a privilegiare l’individualità degli autori e l’eccezionalità delle opere.
Il problema didattico della restituzione, nonostante superficiali e comunque lontane affinità  con la scuola ottocentesca francese, aveva finito con l’investire la stessa definizione di “stile” intesa tanto nel suo valore di strumento di lettura della realtà costruita quanto di strumento di progetto. Il problema della restituzione viene posto in maniera innovativa non come questione di interpretazione di uno stile inteso quale scelta di espressione individuale, dei caratteri visibili propri dell’artista, ma di comprensione dei caratteri storicamente “necessari” dell’organismo tanto che, paradossalmente, la “vera forma” del monumento, potrebbe non coincidere con la sua forma originale.
Proprio la nuova importanza attribuita ai caratteri strutturali che sinteticamente individuano l’impianto degli organismi edilizi indica la distanza, cui si è fatto cenno, dai metodi e definizioni impiegate dagli storici dell’arte: contro un’accezione del termine “stile” spesso, fino ad allora, identificata con quella di linguaggio impiegato nelle opere (in architettura  come in pittura o scultura) e rintracciata nell’ornamento, nel particolare, nel dettaglio, la sua definizione finisce implicitamente per acquisire, anche sotto la spinta dell’insegnamento di Caratteri stilistici dei monumenti di De Angelis D’Ossat, nuove articolazioni e significati, costituendo la premessa alla sistemazione caniggiana.
“Stile non vuol dire una cristallizzazione architettonica – scriveva Giovannoni già nel ’20 – ma una serie di fasi di un flusso continuo, una serie di gruppi di forme, la cui evoluzione procede in ordine di tempo e di luogo spesso irregolarmente, con ritardi, con adattamenti, con evoluzioni; stile non è pianta sporadica che ‘germoglia come gran di spelta’; ma occorrono alla sua germinazione quelle speciali condizioni di terreno date dalle cause di vario genere, permanenti o mutevoli, materiali e storiche, etnografiche e sociali; e la cognizione vera di queste cause è essenziale a dar vita alla cognizione delle caratteristiche di arte e di costruzione ed a farcene intendere lo spirito ed il significato.”
Questa diversa concezione dello stile legata, insieme, ad una ancora latente nozione di processo e all’idea sintetica di struttura che lega parti collaboranti tra loro, espressa e resa leggibile da una lingua comune ad un intorno civile e pertinente ad una determinata fase storica, induce, peraltro, a disegnare gli organismi antichi, la loro restituzione e interpretazione in una forma inedita: essenziale, nuda, spesso priva di dettagli che lega, singolarmente, il disegno e l’interpretazione delle opere antiche alle architetture del moderno romano alla fine degli anni ’20 e dei primi anni del decennio successivo, dove la modernità compare, appunto, come semplificazione, aggiornamento e riduzione all’essenziale degli organismi tramandati. Questo dato che, unendo in un solo gesto grafico lettura e progetto, sembra illustrare come la divisione dell’architettura in discipline sia ritenuto un artificio didattico, risulta evidente dai disegni che gli studenti eseguivano nei corsi di Storia e stili dell’architettura di Fasolo negli anni ’30: scarni schizzi d’insieme, disegni di masse, ossature murarie semplificate allo scopo di riconoscerne gli interni rapporti organici, dove gli “schemi” di basiliche e terme antiche si alternano alle “visioni” di architetture greche e romane.
La nuova accezione del significato del termine “stile” viene raccolta da Saverio Muratori già nel dopoguerra. A differenza della definizione altrove ampiamente diffusa, Muratori inizia a riproporre nel ’44 un’accezione, distillata dalle esperienze anteguerra, del termine nel senso di regola unificante che presiede l’atto del fare, intuendone già il legame, che verrà sviluppato negli anni successivi, con la nozione di organismo e organicità: non tendono allo stile le composizioni (ed il riferimento all’architettura contemporanea è evidente) dove gli elementi si aggregano senza collaborazione unificante, mentre sono “tipicamente stilistiche quelle architetture che esprimono la loro struttura esplicitamente; esprimono cioè l’energia costruttiva e influiscono su di noi introducendoci ad una organicità di azione, a un coordinamento dello sforzo, a un atteggiamento dell’essere che è alla base dello stile” .
Questa nuova definizione sembra essere, ancora oggi (specialmente oggi) il portato più evidente di un’eredità profonda ed antica  continuamente aggiornata, arrivata fino a noi attraverso la didattica romana della prima metà del secolo scorso e innovata da Muratori e dalla sua scuola: contrapposto allo stile inteso come “maniera, forma peculiare ed egocentrica di una determinata personalità o scuola o nazione o tempo e, peggio ancora accademia o predisposto formulario stilistico…”  lo stile, dunque, diviene “realtà assoluta”, riconoscibile proprio nella collaborazione, articolazione e sintesi tra parti individuali, premessa a quel principio di unità-distinzione che verrà sviluppato in Architettura e civiltà in crisi.

Queste brevi note sui rapporti con la tradizione romana moderna tra le due guerre forse contribuiranno a spiegare come per Caniggia, che di quell’ universo di idee e riflessioni è l’interprete più innovativo e, al contempo, fedele,  le forme molteplici della realtà costruita  portate a riva dalla storia non possano essere semplicemente oggetto di classificazioni, tassonomie neutrali ed oggettive, come ha preteso il filone di studi tipologici generato dalle analisi di Giulio Carlo Argan.
Secondo principi, questi si, premoderni, Caniggia avverte di come occorra estrarre i significati nascosti dietro la superficie delle cose, rintracciarne il senso profondo: il mondo abitato dall’uomo, le case come i monumenti, diviene, per questa strada, non semplice costruzione, ma scrittura, e il compito dell’architetto-artefice quello di saper leggere non solo il messaggio che la scrittura trasmette, ma decifrare dietro l’apparenza di ciò che la realtà costruita sembra essere, la forma di come dovrebbe essere.
In questo, dunque, Caniggia sembra aver ereditato, e trasmesso a sua volta, l’insegnamento più profondo e autentico della Scuola romana: nella capacità di cogliere l’individuale e di riconoscerne, insieme, l’appartenenza al grande flusso vitale del mondo antropizzato, finendo per restituircelo come parte costituente e inscindibile di un patrimonio condiviso.

G. Strappa, L’eredità progettuale di Gianfranco Caniggia, in C.D’Amato, G.Strappa (a cura di), Gianfranco Caniggia. Dalla lettura di Como all’interpretazione tipologica della città, atti del convegno internazionale tenuto a Cernobbio il 5 luglio 2002, Bari 2003.
G.Caniggia, G.L.Maffei, Composizione architettonica e tipologia edilizia. 1. Lettura dell’edilizia di base, Venezia 1979, pag.47.



THE FOUNDATION TOWN OF SABAUDIA: READING AND DESIGN




INTERNATIONAL SEMINAR on URBAN FORM  “NEW TOWN: MORPHOGENESIS AND DEVELOPMENT”
Paris, 3-5 July 1998

Gian Luigi Maffei
Giuseppe Strappa

INTRODUCTION
As follows a synthetic reading of the foundation town of Sabaudia and design proposal for the area towards its gateway from the via Appia, to which it is connected. It was put forward by Gian Luigi Maffei, Giuseppe Strappa, Laura Bertolaccini, Tiziana Casatelli, Paola Di Giuliomaria, Amedeo Trombetta, Alessandro Valenti and Marco Valenti and is proposed as a topic for discussion on the design-reading relationship of the modern town. A relationship the speakers maintain wholly identifies it.
The birth of modern architecture in the Roman area continues along the lines of the formative process of types and fabrics, evidently clashing with theories on what is modern in international terms. Due to their unity of conception and speed of construction, towns founded around Rome between 1928 and 1936, especially in the Pontine marshes, clearly express the breaking away of modernity from tradition: Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia and Pomezia are modern towns which still respond to those principles of organicity due to a relationship of continuity with their territory, to their hierarchization of streets and to their position and identification of building types. Of these, perhaps Sabaudia is the most significant on account of its innovative character, despite its retention of a traditional town structure.
Sabaudia’s origins are linked to the last phase of an historic cycle that includes the recovery of Roman thoroughfares, the restructuring of the Lepini mountain promontory settlements, originally built for defence purposes, and the formation of rural settlements in the bottom of valleys or plains for productive needs.  That is why the foundation of this town must be associated with the conclusion of major anthropization cycles of the territory in the Mediterranean basin, which also led to the reclaiming of the Salonika plain and of the lower Rhone areas, as far as the Algerian Mitidja.

This consideration is of fundamental importance because it enables us to define the nature of the relationship between settlements and their territory symbolically represented through entrances to towns.

TERRITORIAL ORGANISM
The first territorial anthropization plan cycle that generated the settlement of Sabaudia took place due to the immigration of Italic nomads in waves from northern regions around the first millenium B.C.  The structure of routes took place according to a “territorial type”, which is quite constant in central Italy: from paths along the Appeninic main ridge towards (often orthogonal) secondary ridges coastwards. Subsequently, paths parallel to the orographic main ridge formed along hill slopes, giving rise formerly to higher and then to lower promontory settlements, until the valley bottom was colonized.
This territorial appropriation process can clearly be read in the Lepine mountain ridge according to a layout which, from north to south, initially led to the formation of Neolithic settlements and, afterwards, to the structuring of the Latin-Volscian territory with the construction of the fortified towns of Artena, Segni, Cori, Norba Sezze and Priverno; the latter was built along the junction of Italic colonization and the boundary of the Lepine ridge.
The subsequent piedmontese trade route was followed by the Roman colonization of the valley bottom with the foundation of a stable civil organisation and an organic territorial form based on roads (chiefly the Appia axis) parallel to the Appenine ridge, where coastal and productive centres were linked by a structured thoroughfare system.  After the decline of the late Ancient World and the Medieval revival of settlements built at an altitude (phase to which the current organisation of Lepine settlements corresponds), the drainage and restructuring of the Pontine marshes (the period from the late 19th Century to the present date) corresponds to the last territorial anthropization process cycle.
Despite the fact that it was entirely planned in 1933, and therefore is a “critical” product as opposed to the “spontaneous” foundation of other, previous territorial settlements, Sabaudia thus continues along the lines of transformative processes with its territory:
– spatial continuity due to the grid of roads and territorial junctions hierarchized from the bottom of the piedmontese valley and from the Appia, and structured by means of the so called “miliare”modular system.
– historic continuity as the last phase of a territorial anthropization process which proceeds from the mountains towards the valley, according to cycles and phases typical of every Latian territorial settlement process.
– typological.process continuity in that the form of the town “pertains” to its historic phase, which is that of progressive reutilization of the arable areas of plains and valley bottoms in order to recover and reuse areas civilized in ancient times which then declined during the latter part of the era, parallely, as previously mentioned, to other similar areas in the Mediterranean basin

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URBAN ORGANISM
Sabaudia’s urban organism, as in the case of other reclaimed rural centres, is the result of territorial routes.  A rural settlement that sprawled into its arable land, Sabaudia is a farming village highly hierarchized by its singular (orographically discontinued) position and by its road network (linked to the coastal network) conferring upon it its role as a territorial node: “It is not a town”, wrote Piccinato, “but a farming village indissolubly connected to its territory and arable land”.
This structure is polarized, in its centre, by (special) outbuildings forming the begining and end of its streets and, on its outskirts, by special “antipolar” constructions grouped together according to typological affinities. A choice opposed to the monofunctional areas philosophy of Modern Movement ideology.
Polar buildings (see figure 1) are concentrated in the area surrounding the town square (town hall, post office, theatre-cinema formerly Fascist headquarters, trade unions, formerly Ex-servicemen’s Association, etc.).
The building formerly used as a bus station was scheduled to polarize the road link to Terracina. Special antipolar buildings (former hospital and maternity and children’s hospital in the north eastern corner, farm estate and foresters’ centre to the south east, Piave barracks and dockyards to the south east etc.) are mainly distributed in the outskirts of the original town and, as Sabaudia expanded, they gradually assumed a new polar role, as in the traditional town.
In the hierachization of poles, a key role is played by its town square and orthogonal street network, linking the thoroughfares of corso Principe di Piemonte, corso V. Emanuele III and corso V. Emanuele II, centralizing axes. The latter is fundamental as a continuation of one of the coastward routes departing from Appia.  It is polarized, at the other end, by its entrance to Toigo square and is completed by parallel pedestrian footpaths, which become porticoes after Oberdan square.
Among secondary polarities, that of Oberdan square acquires special value in that it terminates viale Regina Elena, whose importance lies in the fact that the main road between Sabaudia and Terracina leads into it.

AGGREGATIVE ORGANISM
The architects behind Sabaudia did not draw up a simple town plan but entirely planned the town as a fabric of buildings lining streets; they only conceived the shapes of buildings according to the lay-out of streets and avenues.  The sprawling of buildings from the centre towards the countryside expressed the lack of a net boundary with the countryside at the back, to which the town is linked by the road network of the reclaimed Pontine marshes.
The building of multifamily dwelling houses in the foundation town (which directly concerns our design) is usually distributed in threes and triply or dually structured, almost always with two or three dwellings per stairwell. his plan is retained in the new constructions along corso Vittorio Emanuele II:

BUILDING ORGANISM
Mention has been made often of the fact that Sabaudia’s architecture leads back to the very heart of modernity. However, unlike many towns built at the time, the old part of Sabaudia is discreet, understated and hidden under numerous layers of modernity. What stands out in the interpretative originality of the new part of Sabaudia is the organic nexus between building and fabric and between building distribution and streets. In this, the types used are un update of traditional forms: the town hall, in which the row structure with hierarchized rooms is organised by corridors leading into the courtyard polarized by the stairs, or the religious complex in Regina Margherita square, where the church’s nodal room is the continuation of a town axis reaching the altar from the main entrance, and the nunnery is organised, as in convent plans, along a path starting from the presbyterium.
Furthermore, the nature of building elements and structures in Sabaudia is a modern derivation of the Roman plastic-wall cultural area. The majority of buildings are obtained from the composition of walls which can be interpreted as load-bearing and closing at the same time.  This peculiarity is more noticeable (solider and more organic) when constructions are really built in supporting masonry whereas, when they are built with reinforced concrete frames, it is harder to interpret the nature of buildings from the partial exposure of the reinforced concrete framework, regardless of whether or not they are in brick, conferring upon centres a degree of seriality (see, for instance, pilotis-porticoes).
Special buildings came into being together with their fabric and their distribution relates organically to the town’s structure: not by chance the fabric design and building plan in Sabaudia arose contemporaneously, conceived to update the town’s heritage.

THE DESIGN: CONTINUING SABAUDIA
The design of the piazza Toigo, Plozner park, piazza Oberdan areas is based on some fundamentals that conditioned its conception and guided its development:
1.    The spatial continuity between territorial scale, the town scale, its urban fabric and its buildings;
2.    Its historic continuity in the formation of its anthropized space between the major territorial structuring cycles (in the various phases into which it can be broken up: structuring, consolidation, recovery and restructuring) linking natural resources to the ways in which mankind lives space.
3.    Building continuity in the relationships that connect building process products, from elements to structures, systems and building and civic centres.
4.    Continuity in the readability of the built environment (and therefore also in language, the intentional product of the building production critical stage) which does not mean imitation and assonance with pre-existing ones, but consists of the visible result of a continuation and transformation process affecting all built environment characteristics (inner distribution and streets, static building structure of constructions and nature of structures used in the cultural area).
The concise reading that follows, together with its subsequent conclusions re-recorded in the design, is ordered according to the continuous formative process steps that produced the anthropization of the Pontine territory, the formation of Sabaudia and the hierarchization of civic areas and the construction of buildings.
Despite considering Sabaudia as an aware, “artificial” product of a highly critical stage of architecture such as the passage to mature modernity, we therefore wished to acknowledge the town’s formation as the product of “long periods of time” structuring its pertinent territory in stages.
These choices are expressed in the following design indications.
Building is structured by streets and nodes (meaning by “node”, on all scales, the intersection of what is continuous or discontinuity of what is continuous).

STRUCTURE OF STREETS
The building and architectural centres designed arise from the streets, as in the traditional town (we have attempted to show that Sabaudia is modern and not modern at the same time).
These streets are hierarchized according to two complementary roles, which are both closely connected to the existing town:
1 – Porticoed routes (centralizing axes) forming the main structure of streets in the new design; they continue along existing streets or as generating axes in the new design.   These routes form an integral part of building organism:
– routes adjacent to the axis of corso Vittorio Emanuele II; this street joins up and continues the alignment and structural pitch of porticoed building constructed immediately after the Second World War.  Existing porticoes are to be repaved to blend them in with the new designs according to a geometric scheme highlighting the continuity of the structural pitch between what existed previously and new action.
– routes facing Oberdan square; this routes forms the margin of the square and orients temporary residences.
2 – Routes off the ground follow the development of porticoed streets on the ground and establish relationships between the specialized rooms of new buildings that serve to compensate and are similar or complementary to ground floors (like mezzanine floors in traditional building). On account of thier function, these streets also form an integral part of building centres.
3 – Dividing routes are dividing lines between building and public civic areas; these routes cropped up spontaneously in the original town, even though they were often discontinuous and haphazard when basic building did not have pertinent areas, forming the necessary complement in the centralizing – dividing axis dyad. These routes help to indicate the nodal points of special buildings.
– route adjacent to the Plozner park, joined to the porticoed route surrounding the archive museum building; together with the parallel main route, it forms a series of modular parterres which can be potentially used as spaces for rest facilties;
– route adjacent to Plozner park behind dwellings on Oberdan square;
– restructuring route of areas behind buildings in existing lines on corso Vittorio Emanuele;
4 – secondary centralizing routes to the sequence of Oberdan garden park-square civic areas; they are routes that organise open areas, cross the former bus depot and can continue, as pedestrian footpaths, along the alley (whose continuity has to be restored by eliminating current barriers) parallel to viale Principe Biancamano. These routes are polarized:
– by the new hawkers’ market square at the end of via Amedeo II;
– by the former bus station building;
– by parking facilities at the edge of Plozner park on via Principe Amedeo;
– by the new viewpoint overlooking the National Circeo Park to be built at the end of the street parallel to via Biancamano in a raised area enabling Sabaudia’s orography to be perceived.  this routed could flank the hill reaching Braccio dell’Annunziata on Sabaudia Lake and continue in the direction of the chapel of S. Maria della Soresca, forming a pedestrian circuit.

ROUTE NODES AS NODAL POINTS FOR BUILDINGS
The intersection of routes generates, as in the foundation town of Sabaudia (and in the traditional town), nodal points that are hierarchized according to the type of route and centrality of its topological position.
These nodal points are not only hierarchized civic areas but also represent elements forming buildings themselves, confirming the indissoluble continuity between the formative process of civic areas and spaces inside special buildings. In other words, the area is “knotted” inside the building according to laws dictated by the civic centre, generating nodes which at various degrees are contemporaneously distributive and building, readable by means of the architecture of buildings.
These nodes are:
–    new special building nodes destined for the Pontine Marshes and Reclaiming Museum and Historic Archive. They are formed by the intersection of pedestrian footpaths along the axis of corso Vittorio Emanuele (portico adjacent to the street that can be passed by vehicles and the applicable route adjacent to Plozner Park) and orthogonal pedestrian footpaths on the Oberdan square side (portico of special residences and applicable path adjacent to Plozner park). These footpaths are doubled off the ground by the overhead passageway linking constructions on the sides overlooking major civic areas (squares and streets) forming an integral part of the building. These nodes are based on the assumption that special building is traditionally connected to streets; their junctions trigger off the nodal points of buildings. Even though the museum-archive row building is linked to the repetition of openings along corso Vittorio Emanuele, these intersections hierachize the inner space generating continual spaces on various floors of the museum and entrance hall.
The cross vaulted roof (intersection and major structural node) indicates the existence of a
specialized area (intersection and major distributive node).
–    node of the new hotel facilities building intended not only as reception facilities of the hotel structure but also as a conference hall and outdoor areas for seminars. They are formed by nodal points generated by the shifting of the two overlapping routes along corso Vittorio Emanuele. This node, which is hierachically speaking subordinate to the nodes of the museum-archive building, terminates the major footpaths of the new design and understatedly indicates to visitors, entering Sabaudia from the Appia, the organic structure of relationships between routes and buildings.
–  node of the former bus station now intended for entertainment and tourist facilities.  This building already acted as a territorial pole, terminating the viale Regina Elena axis.  Its function is radically changed by the new design, reinforced by the intersection of the pedestrian axis crossing Plozner park and decreased by the partial pedestrianization of the area preventing the transit of vehicles along corso Vittorio Emanuele II. The building will be converted from a territorial pole into a civic node, with visible consequences with regard to distribution and raised structures.  In our opinion, these transformations are legitimized by the scarse architectural value of pre-existing buildings, whereas we intend to guarantee historic continuity with the town’s heritage by retaining its general plan. The structure itself of the existing building suggested that it be split into two buildings by the new path. The result is an innovative building type (common to a great deal of architecture between the two world wars) obtained through the remerging of two autonomous types: polar (the tourist information structure) and nodal (the conference and entertainment structure). Paths coming from the direction of viale Regina Elena are polarized by the entrances and stairs inside the building which, as in traditional special building, continue along a course.
– secondary nodal points are formed by the termination or discontinuity of streets that go towards the viewpoint, on the one side, and towards the small square at the end of via Amedeo II, equipped as a hawkers’ market, on the other. These nodal points are marked by steps joining buildings for special dwellings, by a fountain, by the “light” facilities of the viewpoint and by the market roof, etc. (see figure 2)
The most binding building from the functional, dimensional and expressive points of view is the building containing the historic memory of the town: the Pontine Marches and Reclaiming Museum (with an adjoining area for temporary exhibitions) that includes the Historic Archive for paper- and audiovisual documents of the history of the Pontine Marshes and foundation town and features an adjoining library and reading room intended not only for researchers on the topic but also for townsmen.
Whoever is interested in the history of the foundation town understands the need for this type of structure (just think of the dispersion and, sometimes, of the loss of a great deal of material produced by O.N.C., the National Ex-Servicemen’s Association). Even though it is mainly an institutional problem, the provision of a physical seat to be used as an archive and museum will foster the concentration of collections (just think of the artists from the Pontine Marches who gave rise to a real type of painting) and archive material.
The ground floor houses the entrance hall and linkages to the upper floor (which distribute the building’s specific functions) by means of escalators and small business area (foreseeably, given the narrow width of applicable spaces: newspaper kiosks, a tobacconist, a small café, etc.).
The library is to house management offices, archives and a reading room, with deposits on the mezzanine floor linked by a special hoist.
The room for temporary exhibitions at 3.50 m off the ground is also the museum entrance hall. Placed on the same level and continuing with outside paths off the ground, this space will become a real square once the perimetral glass doors are opened in summer (see the sketch in perspective). The actual museum consists of spaces opening on to a central room covered by a metal vault and organised with a continuous course of inbetween floors connected by stairs for “top grade” finds and documents with the possibility also to visit material intended for specialists on the opposite side of the inbetween floor. The nature of materials used indoors (especially steel) indicates the “technological” core of the building, which will use high technology for archives and collections.
The other building structures proposed are evident from the drawings: hotel, restaurant and associated conference centre; reception structures (tourist information, bank counters, hotel check-in and spaces for tourist associations and environmental safeguarding) with its own cinema-theatre that can be used as a conference auditorium. All structured and hierarchized by the route system.
The resulting architectural space (both building and urban), we believe, is the synthetical  conclusion of a logical and historical process.